APPROFONDIMENTI

dal libro:

Pietro Secchia

Le armi del fascismo

(1921 – 1971)

da: https://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=45575901

 

VII – Il programma fascista del 1919

In questa atmosfera rivoluzionaria e nel pieno del susseguirsi delle lotte operaie e contadine, Mussolini convoca il 23 marzo 1919 l’assemblea di Piazza S. Sepolcro a Milano in una sala messa a disposizione dal Circolo degli Interessi Industriali e Commerciali.
Vi partecipano poco più di un centinaio di “fascisti,” anarco-sindacalisti, massoni, futuristi, ed è in questa riunione che nasce il programma che sarà alla base della nuova organizzazione a carattere nazionale: i fasci italiani di combattimento.
Si tratta di un programma di riforme e di rinnovamento che tende a guadagnare la simpatia tra la piccola borghesia, gli studenti e anche tra i lavoratori, e che con le sue rivendicazioni contribuì a mascherare all’inizio la vera natura del fascismo.
Tale programma rivendica:

– Il suffragio universale con rappresentanza proporzionale; il voto alle donne, l’abolizione del Senato, la convocazione di un’Assemblea nazionale il cui compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato; la formazione di Consigli nazionali tecnici del lavoro.
– La giornata legale di otto ore di lavoro; i minimi di paga, la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria; affidamento. alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici; assicurazione di invalidità e vecchiaia a partire da 55 anni.
– Istituzione di una milizia nazionale, con brevi periodi di istruzione e compito esclusivamente difensivo; politica estera nazionale intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà la nazione italiana nel mondo.
– Forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo che abbia la forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze; sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e abolizione di tutte le mense vescovili; revisione di tutti i contratti di forniture di guerra e sequestro dell’85 per cento dei profitti di guerra.

Nulla naturalmente di quanto era rivendicato in questo programma venne poi mantenuto dal fascismo dopo che ebbe conquistato il potere con la violenza. In realtà il fascismo che si presentava con un programma di riforma agraria e addirittura di espropriazione delle ricchezze, di gestione delle industrie da parte delle organizzazioni proletarie, sarà per oltre vent’anni il più forte baluardo a sostegno del grande capitale e dei gruppi monopolici in Italia, e tutta la sua azione sarà rivolta contro la classe operaia, i contadini, gli intellettuali, contro i giovani sottoposti a un intenso sfruttamento e impossibilitati per la maggior parte a frequentare le scuole medie e superiori. Sulla classe operaia e sui lavoratori instaurerà una dittatura oppressiva e totalitaria.
Nel corso della sua azione violenta e poi dopo la conquista del potere il fascismo dimostrerà di essere la “dittatura terrorista aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti, più imperialisti del capitale finanziario.”
Molti all’inizio sottovalutarono il fenomeno fascista, diedero qualche credito al suo programma, lo giudicarono soltanto sotto l’aspetto dell’uso della violenza ritenendo si trattasse di un male passeggero, il risultato dell’esasperazione per le sofferenze e le delusioni patite durante la guerra.
Tre settimane dopo l’assemblea di Piazza S. Sepolcro, il 15 aprile, mentre gli operai milanesi si trovavano all’Arena ad ascoltare un comizio socialista, un centinaio di fascisti, ufficiali, arditi e borghesi armati, assaltavano improvvisamente la sede dell'”Avanti!” distruggendo e incendiando tutto. All’indomani scoppiavano scioperi di protesta in diverse località d’Italia e la direzione del Partito socialista lanciava una sottoscrizione per dare una nuova sede al giornale. Ma tutto fini lì. La gravità dell’episodio fu sottovalutata, tanto più che tutti ne attribuivano la responsabilità a Mussolini. Commentando il fatto alla fine del 1919, Egidio Gennari, allora segretario del Partito socialista, scrisse: “Il proletariato rispose con la calma dei forti. Al suo foglio di battaglia offri più di un milione. I nemici allibirono, i loro calcoli erano falliti”. (1)
Lo stesso “Ordine Nuovo,” in polemica con Gaetano Salvemini che lamentava non vi fosse stata una risposta fulminea, dura e adeguata, scriveva:

«Gaetano Salvemini, professore di storia, è rimasto tutto scombussolato per l’assalto e l’incendio dell'”Avanti!” e si meraviglia che i socialisti abbiano firmato la ricevuta e non proclamato nientemeno che la rivoluzione. Se il Salvemini fosse stato ancora un “compagno” assai probabilmente avrebbe cercato di convincerci che le rivoluzioni non sono mica mezzi di ordinaria amministrazione con cui si pareggiano i conti correnti […] che il Partito socialista sia oggi solidamente impiantato, che la smobilitazione di ogni classe [i militari che ritornavano dal fronte, N.d.A.] segni un vero rifluire di energie verso il nostro movimento e un ripullulare di circoli e sezioni, che il movimento giovanile socialista sia cresciuto quasi del doppio pur avendo quasi tutti i soci da vent’anni in su sotto le armi, che la Confederazione del lavoro sia salita da 300 mila a circa un milione di soci, che un fervore rigoglioso vada trasformando la vita interna delle fabbriche, la fisionomia dei piccoli e grandi centri, le tendenze delle masse operaie e contadine, l’animo della nuova generazione: tutto ciò non conta. Quattro delinquenti sono entrati in una casa indifesa e hanno fatto tutto il male che hanno potuto e voluto; ciò ha per gli “unitari” (Salvemini) uno straordinario significato. I socialisti per la sorpresa dell’attacco e per la convinzione ben radicata, già da prima, che non bisogna accettare la lotta quando lo vorrebbero i nemici, ma imporla quando i nemici ne farebbero volentieri a meno, i socialisti, diciamo, hanno fatto tutto per comprimere lo sdegno delle masse e non lasciarlo erompere, in un’azione che sarebbe stata, caro Salvemini, una sommossa e non una rivoluzione, come lei ci potrebbe insegnare. Per noi l’aver resistito alle pressioni degli impazienti e l’aver per ora “firmato la ricevuta” è stato uno degli atti di maggior coscienza che il partito abbia saputo compiere in questo periodo.»(2)

La critica, dal punto di vista teorico, a Salvemini è senza dubbio giusta, tuttavia balza evidente una certa sotto-valutazione della gravità dell’assalto dato dai fascisti all'”Avanti!” e anche una certa sopravalutazione della forza reale delle organizzazioni socialiste che non può essere misurata soltanto dal numero degli aderenti.
Gli ex combattenti ai quali, nel momento del pericolo e dell’invasione del suolo nazionale, la grande borghesia aveva promesso la terra erano giustamente indignati. Le promesse non erano mantenute e mentre gli uni con la guerra si erano arricchiti, gli altri erano ritornati dalle trincee feriti, mutilati, malandati in salute, più poveri di prima; molti, sia intellettuali che lavoratori, senza la possibilità di trovare un’occupazione, una sistemazione dignitosa.
Pertanto all’inizio il fascismo fu visto come un movimento di ex combattenti che, abituati in guerra ad usare la violenza, volevano con la violenza conquistare quanto loro era stato promesso, i diritti che venivano loro negati.
Vi contribuirono anche gli errori del Partito socialista che, essendo stato contrario alla guerra, sottovalutava, e in qualche caso offendeva, l’orgoglio di chi, essendovi stato favorevole per patriottismo, o soltanto per averla fatta, andava fiero del suo sacrificio e rivendicava il riconoscimento di socrosanti diritti, compreso quello di voler partecipare alla direzione della vita politica ed economica del paese. Il Partito socialista abbandonò nelle mani dei gruppi sciovinisti e nazionalisti la bandiera della difesa degli interessi nazionali e degli ex combattenti.
Si trattò di un’abile manovra da parte dei nemici della classe operaia e dei lavoratori; in realtà, chi sin dal primo momento organizzò, finanziò, sostenne il fascismo furono i gruppi più forti della grande borghesia industriale e agraria che, di fronte al dilagare del movimento democratico, alla forza sempre crescente del Partito socialista, dei sindacati di classe, temevano gli sviluppi rivoluzionari e la conquista del potere da parte degli operai e dei contadini italiani.
Mussolini, sin dal primo momento, non si considerò vincolato dal programma del marzo 1919, ma affermò apertamente che sarebbe stato di volta in volta per la lotta di classe o per la collaborazione di classe a seconda delle esigenze del momento; più che sui principi avrebbe poggiato sull’azione.
I giovani, soprattutto gli studenti e gli universitari, chiamati ad agire sono attratti dal movimento, mossi da motivi “patriottici,” da interessi di classe o anche per amore della azione, e diventeranno avanguardie dello squadrismo. Alla loro testa sono per lo più ex ufficiali di estrazione borghese, molti dei quali avevano fatto la guerra e pagato di persona, che si proponevano, nel clima generale di rivoluzione democratica e di marcia a sinistra del 1919, finalità nazionali indirizzate verso un programma di restaurazione dell’autorità dello Stato che stava sfuggendo dalle mani della classe dirigente liberale.

Note

1) Egidio Gennari, Almanacco socialista, 1920, p. 386.
2) “L’Ordine Nuovo,” 28 giugno-5 luglio 1919, n. 8.

 

 

 

 

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Incendi: ambiente e territorio sotto attacco

Le fiamme sulle pendici del Vesuvio visibili di notte da Napoli, 13 luglio 2017. ANSA/CIRO FUSCO

 

Di: Edoardo Castellucci, Segreteria Nazionale PCI – Responsabile Ambiente e Territorio

L’Italia brucia, l’ambiente e il territorio sono sotto attacco. Le responsabilità e le colpe di questi incendi, scoppiati soprattutto al Centro-sud, dal Lazio alla Sicilia, che hanno interessato aree protette come il Parco Nazionale del Vesuvio, non sono solo dei piromani e del caldo torrido, ma seguono un disegno criminale favorito da scellerate e complici scelte politiche ed istituzionali. Queste hanno un nome ed un cognome: le Regioni e il Ministero per l’Ambiente, che non hanno predisposto per tempo i Piani antincendio boschivo. La Campania non l’ha ancora approvato; il Governo Renzi e il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Marianna Madia hanno responsabilità gravi: quest’ultima, con la riforma che porta il suo nome, ha voluto la soppressione del Corpo Forestale dello Stato i cui effettivi sono stati assorbiti dall’Arma dei Carabinieri e le competenze accollate ai Vigili del Fuoco. Una riforma che ha di fatto peggiorato la lotta agli incendi boschivi, dequalificando figure operative, smantellando i presidi sul territorio, bloccando a terra i velivoli antincendio a causa di complicazioni burocratiche e soprattutto a causa della mancata formulazione e approvazione dei decreti attuativi.

Una riforma che era stata presentata come una “rivoluzione” è diventata un ‘flop annunciato’. Con un’affrettata soppressione di risorse, essa ha prodotto un cambiamento della politica antincendio: dalla prevenzione alla repressione. Gli ex forestali infatti dovranno interessarsi delle indagini e non degli incendi: come recita una disposizione di servizio del Comando Generale dei Carabinieri, a firma del Generale Ricciardi, che impone agli ex Forestali, assorbiti dall’Arma, di non intervenire se non per reprimere “piccoli fuochi”, di chiamare i Vigili del Fuoco e lasciare il campo delle operazioni.

A tutto ciò si aggiungono: il mancato aggiornamento e completamento, da parte dei comuni, del “catasto delle aree percorse dal fuoco” che la legge 353/ del 2000 rende obbligatorio e che funge da deterrente per le attività illegali, in quanto vincola le aree percorse dal fuoco e ne vieta la modifica della destinazione d’uso; l’attacco ai Parchi Nazionali, che si vuole perpetrare con la Legge di riforma della 394/1991 (Legge quadro delle Aree protette) firmata dal senatore Caleo del PD, con cui li si vuole trasformare in Parchi con funzione localistica, con governance corporativa e renderli “luoghi ludici e turistici dai quali spremere profitti come si tenta goffamente di fare coi beni culturali” (come scrive giustamente Vittorio Emiliani).

Ma quello che emerge è che si continua, nonostante i disastri e le tragedie che si sono abbattute sul nostro Paese, a “gestire l’emergenza”. Ancora una volta, come già avvenuto con alluvioni e terremoti, mancano la prevenzione ed il controllo del territorio, che erano la base dell’azione dell’ex Corpo Forestale dello Stato.

Soprattutto, continuano il pressapochismo, l’inadeguatezza, l’incapacità e l’incompetenza del Governo e dei suoi Ministri, che invece dovrebbero adeguatamente garantire la salvaguardia dell’ambiente e del territorio. Si vedano ad esempio le dichiarazioni del Ministro Galletti, il quale per contrastare gli incendi divampati sul Vesuvio, dopo 7 giorni, ha inviato l’esercito “per fare prevenzione e controllo”. Ma la prevenzione ed il controllo si dovrebbero fare in inverno e in primavera, prima che l’incendio divampi, con lavori di manutenzione di sentieri spartifuoco, la pulizia del sottobosco etc. Questo presuppone però che vi siano mezzi e capacità economiche e di coordinamento. Capacità economiche che, alla salvaguardia dell’ambiente e del territorio, prediligono il salvataggio delle banche, la realizzazione di grandi opere inutili, dannose e costose (come TAV e Ponte sullo Stretto), l’acquisto degli F35.

Il PCI a fronte di queste criticità e delle Proposte per il cambiamento sociale e politico dell’Italia presentate il 25 giugno 2017 lavorerà per:

– il ripristino del Corpo Forestale di Stato, come unico soggetto per la tutela del patrimonio naturale e paesaggistico, e per la prevenzione e repressione dei reati in materia ambientale e agroalimentare;
– una politica di reperimento di risorse umane ed economiche volta alla salvaguardia ambientale e territoriale, lavorando all’abolizione del jobs act e di ogni forma di precariato, ripristinando l’articolo 18, bloccando la realizzazione delle “grandi opere” come TAV e Ponte sullo Stretto e sospendendo l’acquisto degli F35 per sostituirli con aerei ed elicotteri antincendio;
– l’aggiornamento e il completamento del “catasto delle aree percorse dal fuoco” previsto dalla legge 353 del 2000, per favorire azioni di monitoraggio e di rimboschimento delle aree percorse dal fuoco al fine di evitare il rischio di eventi franosi che potrebbero crearsi nelle aree denudate della vegetazione che, come sappiamo, protegge suolo e substrato;
– cambiamento della Legge di Riforma della 394/91, che deve essere l’occasione per rilanciare e rinnovare il sistema delle aree protette per la tutela della biodiversità e per lo sviluppo sostenibile.

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Perché e come Gramsci fu assassinato dal fascismo

DA:  http://www.marx21.it/index.php/storia-teoria-e-scienza/storia/27967-perche-e-come-gramsci-fu-assassinato-dal-fascismo

di Ruggero Giacomini per Marx21.it

Ottant’anni dalla morte

Antonio Gramsci morì  il 27 aprile 1937, dopo essere stato per oltre dieci anni prigioniero del fascismo, sottoposto a torture psicologiche e fisiche e a sofferenze inenarrabili, in mezzo alle quali tuttavia non aveva mai cessato di resistere e di lottare per la libertà e il socialismo. Aveva 46 anni.

Il fascismo lo aveva privato della libertà allorché nel novembre 1926, con la complicità del re Savoia, aveva abolito le garanzie dello Statuto sbarazzandosi del Parlamento rappresentativo. Aveva poi cercato sistematicamente, con pressioni e ricatti, false informazioni e provocazioni incessanti, di indurlo a capitolare, a chiedere la grazia, a rompere con le sue idealità e il suo partito. Non ci era riuscito. Della morte diede burocraticamente la notizia due giorni dopo un breve dispaccio dell’agenzia governativa Stefani: “E’ morto nella clinica privata Quisisana di Roma dove era ricoverato da molto tempo, l’ex deputato comunista Gramsci”. La stessa nota fu trasmessa dalla radio.
Il nome di Gramsci prima e dopo la Liberazione

Per oltre un quindicennio Gramsci in Italia era stato cancellato dall’informazione, si era cercato di farne scomparire la memoria. I giovani ne ignoravano l’esistenza, il ricordo sopravviveva nelle carceri e nelle isole di confino, tra gruppi di comunisti e antifascisti in clandestinità, nei lavoratori più anziani. All’estero la sua opera era invece viva nell’emigrazione italiana, dove fu commemorato e rimpianto dai comunisti italiani e dall’Internazionale, ricordato con rispetto e onorato dai principali esponenti e giornali dell’antifascismo.

Nella lotta partigiana al nome di Gramsci si intitolarono brigate e distaccamenti d’assalto e dopo la guerra per l’esempio politico e mora­le che aveva dato divenne punto di riferimento per quella grande parte degli italiani che anelava a un profondo rinnovamento.

Ripresero ad essere pubblicati articoli suoi  del periodo in cui era stato attivo politicamente e si cominciarono a conoscere, grazie all’impegno di Togliatti, gli scritti carcerari.  Il “ritorno” di Gramsci accompagnò l’azione per affermare il ruolo di classe e nazionale del Partito comunista italiano ed amalgamare nel “partito nuovo”, costruito come forza politica omogenea, combattiva e di massa, l’afflusso di militanti reduci da esperienze molto diverse: la clandestini­tà, il carcere e il confino; l’esilio e la lunga lontananza dal paese;  la chiusura  nel privato durante gli anni bui; l’esperienza partigiana vissuta da molti giovani spinti da un sano impulso di giustizia, ma che poco o nulla sapevano del marxismo, del comunismo e della vicenda politica prima del fascismo.

Ma Gramsci non fu solo riscoperta di radici. La sua figura e il suo pensiero si imposero come presenza culturale forte nella realtà nazionale, a partire dalle Lettere dal carcere, giudicate già al loro primo apparire nel 1947 un capolavoro di letteratura, cui fu infatti conferito il premio Viareggio. Seguirono i Quaderni del carcere, una vera scoperta per la loro ricchezza e profondità, pubblicati in volumi tematici antologici a partire dal 1948 e più volte riediti.

L’eredità contesa

Fin dall’inizio attorno alla figura e all’opera di Gramsci si aprì una complessa contesa politico-culturale, alla cui base era il fatto che gli avversari del Partito comunista trovavano improponibile e improduttivo un attacco frontale al principale resistente e vittima della lotta al fascismo. Per cui, mentre si sviluppava con diversità di approcci e interpretazioni un proficuo confronto utile alla conoscenza e alla ricerca, nascevano contemporaneamente operazioni rivolte a neutralizzarne e contrastarne l’eredità.

Gramsci è stato un rivoluzionario, il più grande del Novecento in Italia e tra i maggiori nel mondo. Aveva acquistato precocemente da Lenin la consapevolezza che la lotta della classe operaia non avrebbe potuto avere speranze di successo senza la costruzione e la guida di un partito rivoluzionario, il partito comunista. A questo compito prioritario egli aveva dedicato la sua vita, prima e dopo l’arresto. Certo Gramsci può essere apprezzato e compreso anche da chi non è marxista, non è comunista. Altra cosa sono però le distorsioni interessate, le ipocrisie, le amputazioni delle sue idealità e della sua militanza.

E questo proprio è stato il punto su cui si sono accaniti e si esercitano nei più svariati modi gli avversari, per affogare in un nulla indistinto la sua opera. Si tratta di un attacco sotto le forme dell’elogio, che  ha seguito e segue principalmente due direzioni.

La prima, dei “filosofi”, è quella della “monumentalizzazione” del pensiero, a cui si sono in parte votate anche istituzioni un tempo benemerite e che al suo nome pure si richiamano, ossia presentarlo come una figura venerabile di pensatore fuori del tempo e dello spazio, a cui si possano riferire indifferentemente politici di destra e di sinistra.

La seconda, degli “storici”,  lavora specialmente su aspetti della biografia, non esitando a ricorrere a smaccate falsificazioni, per staccare Gramsci dal partito comunista. Così lo si presenta come un tardo pentito del comunismo, di volta in volta liberale e liberista, cattolico e socialista craxiano, adepto di  “Giustizia e Libertà” e del partito d’Azione.  E contemporaneamente si vuole che sia stato tradito dal suo partito, da Togliatti soprattutto, ma poi anche da Grieco e anche da Longo, mossi a seconda dell’immaginazione di chi scrive dall’ordine di Stalin o da malvagità propria.

In questo ambito frequentato da una sterminata pubblicistica, il fascismo e Mussolini scompaiono come carnefici e carcerieri, elevati a  “”protettori” e  “benefattori”. Si tace sul trattamento disumano della tortura fisica e morale, si utilizzano sospetti di Gramsci senza domandarsi l’origine degli stessi. Si santifica la figura di un giudice istruttore militare al servizio del Tribunale speciale, che era in realtà una losca figura di provocatore e pedina interessata del regime. Perfino gli interrogativi sulla morte, che non fu molto probabilmente naturale, vengono rovesciati nei mandanti e negli autori, fantasticando sull’irruzione in clinica di un gruppo terroristico venuto dall’oriente. Su tutto questo mi permetto di rinviare al mio Il giudice e il prigioniero, Castelvecchi, 2014.

Una sospetta coincidenza

Gramsci fu colpito da un “ictus”  la sera del 25 aprile 1937,  cioè lo stesso giorno in cui il tribunale aveva certificato  la sua fine pena e tornava in libertà.

Conosciamo lo svolgimento della giornata grazie a una relazione della cognata Tania Schucht. Lei la mattina si era recata presso gli uffici del tribunale di Roma e aveva ritirato il libretto del giudice di sorveglianza con la dichiarazione che il periodo della libertà condizionale era terminato. Di conseguenza le misure di sicurezza, che nei confronti di Gramsci non erano mai cessate, avrebbero dovuto avere termine, egli era libero. Dal 1934 Gramsci si trovava nello status giuridico della “libertà condizionale”, ma in realtà per disposizione diretta di Mussolini era continuato su di lui il più stretto controllo, sorvegliato notte e giorno dalla polizia e tenuto prigioniero.  Il suo proposito di ricoverarsi per la cura dell’esaurimento in una clinica per malattie nervose aperta a Fiesole aveva incontrato il nein di Mussolini. E alla clinica “Quisisana” a Roma una squadra di poliziotti si avvicendava all’ingresso, mentre agenti  in incognito si celavano in mezzo al personale.

Quando Tania verso le 12,30 arrivò in clinica con il documento di fine pena, Gramsci stava bene, aveva mangiato e poi Lei se ne era andata per lasciarlo  riposare. Era tornata verso le 17,30, avevano discusso delle novità del giorno, poi avevano cercato delle parole sul dizionario “Larousse”, perché lei stava preparando una lezione privata di francese:

Poi – è il  racconto di Tania – abbiamo conversato fino all’ora di cena. Alla mia proposta di portare il libretto a fare vedere giù, o chiamare il commissario, mi disse che non c’era fretta, che l’avrei potuto fare un altro giorno. Ha cenato, come al solito; ha mangiato la minestrina in brodo, un po’ di frutta cotta ed un pezzetto di pan di Spagna. E’ uscito, e fu riportato sopra una sedia portata da più persone”.

Il drammatico colpo avvenne dunque  dopo cena, mentre si trovava in bagno. Qui improvvisamente si era sentito venir meno, era caduto per terra accasciandosi senza battere la testa. Con grande sforzo si era trascinato sino alla porta e aveva chiesto aiuto. Aveva perduto il controllo del lato sinistro, ma, ricorda Tania, “parlava benissimo”. Era stato chiamato un medico tra quelli che si trovavano in clinica, il quale, raccontò ancora la cognata,

non ha permesso fare alcuna iniezione eccitante dicendo che questa non poteva che peggiorare le condizioni, mentre Nino con molto impeto chiedeva l’iniezione, voleva un cordiale, anzi diceva di fare la dose doppia, in una parola Nino era perfettamente in sé, con ogni sorta di particolari raccontò anche al dottore ciò che gli era accaduto.”

Antonio (Nino) era dunque pienamente cosciente, sottolinea la cognata. E chiedeva con insistenza iniezioni e bevande eccitanti. Ciò fa capire come egli sospettasse che gli avessero fatto ingerire delle sostanze velenose e cercasse di neutralizzarle.

Verso le ore 21 di quella stessa sera arrivò con un suo assistente il direttore della clinica professor Vittorio Puccinelli, che disse di essere stato trattenuto da un’operazione d’urgenza. Gramsci aveva raccontato anche a lui quanto gli era successo. Il medico aveva ordinato il ghiaccio in testa, un clistere di sale e il salasso, che però gli furono praticati con colpevole ritardo, “dopo un’ora e più”, nel frattempo aveva vomitato più volte e le condizioni erano peggiorate.

Erano allora accorse le suore dell’ospedale ed era arrivato il prete, che alle veementi proteste di Tania perché lasciassero l’infermo  tranquillo, aveva risposto “che non potevo comandare”,si sentiva probabilmente come il cappellano di un carcere mandato ad assistere un condannato a morte. Al mattino seguente era venuto per una visita il prof. Cesare Frugoni, chiamato da Tania, che aveva ordinato di mettere delle sanguisughe sulle mastoidi e di fare certe iniezioni. Ma lo stesso Frugoni disperava dell’esito, il disastro ormai era avvenuto. Ci fu infatti un leggero miglioramento del respiro nel pomeriggio, ma poi le condizioni si aggravarono, e alle 4,10 del 27 aprile Gramsci cessò di vivere.

Prigioniero anche da morto

Quando il fratello Carlo, che nel frattempo era stato avvertito per telegrafo, arrivò in clinica,  il corpo di Antonio era già in camera mortuaria e l’ingresso sorvegliato e impedito dalla polizia. Nel frattempo Tania aveva telefonato a un suo amico perché accompagnasse il formista a prendere la maschera del viso, e la polizia aveva voluto da entrambi “un sacco di dichiarazioni scritte”,  sui rapporti con la stessa Tania, “ecc. ecc.”.  La prigionia di Gramsci continuava severa anche da morto.  E’ ancora Tania a riferire:

Poi venne il fotografo, ed anche lui ebbe la sua parte di interrogatori. E quando nel pomeriggio tornò il fratello Carlo e si diresse diritto verso la camera mortuaria e volle aprirne la porta fu fermato, e quando declinò le sue generalità, il divieto gli fu confermato dicendogli che tale era l’ordine del Ministero: che nessuno doveva vedere la salma”.

Carlo diede in escandescenze, e il commissario, non spiegandosi probabilmente neanche lui del tutto il provvedimento, gli consentì di passare,  a lui e a Tania, sempre però “circondati da una folla di agenti e di funzionari del Ministero degli Interni”. La forza pubblica era stata pure “sempre presente in gran numero”, tanto all’accompagnamento al cimitero, quanto durante la cremazione. L’ordine del Ministero di non far vedere il cadavere e lo stretto controllo fino alla cremazione  sono spia di una coscienza poco  limpida sull’origine del decesso, su cui non era permesso di  interrogarsi e di indagare.

Fu merito di Tania aver mantenuto lucidità in quei drammatici frangenti ed essere riuscita approfittando della confusione a raccogliere e portare fuori della clinica gli effetti personali di Gramsci e con essi i preziosi quaderni, che mise subito al sicuro all’ambasciata sovietica dove lavorava.

Excusatio non petita

Due settimane dopo  la morte di Gramsci,   “Il Messaggero” vi  tornava con un trafiletto velenoso in prima pagina, che Tania giudicò “una vera indecenza” e a cui si rispose da Parigi con una campagna di lettere di protesta sdegnate al giornale romano. L’articolo  pubblicato anonimo era dello stesso Mussolini, e Gramsci vi era annoverato tra “ i più folli, fanatici comunisti”, come colui che “non era davvero secondo a nessuno”.

Basterebbe questa certificazione di Mussolini, che era poi la confessione del fallimento di tutti gli sforzi per indurlo a capitolare, per liquidare come cialtronesche tutte le fantasiose tesi sulle pretese intervenute conversioni, fino a quella di tal Lo Piparo da certificarsi con un fantomatico quaderno “scomparso”, ritrovabile sempre che qualche falsario vi si voglia cimentare.

Ma nello scritto  di Mussolini c’erano anche una provocazione e un depistaggio. Gramsci era detto  seguace di Trockij fuggito a tempo dalla Russia e riparato in Italia, dove aveva potuto “terminare i suoi giorni in una soleggiata clinica di Roma”, trovando “quella pace che altrove è negata persino al limite della morte.”

Premeva a Mussolini sottolineare col riferimento ai processi di Mosca  che Gramsci  era morto di morte naturale e rispondere così ai sospetti che comprendeva non potessero non  circolare.

La tesi della morte naturale non aveva convinto però lo storico Piero Melograni, approdato dopo un pellegrinaggio per molte chiese politiche sulla sponda del  berlusconismo.  Vero è che egli oscillava fantasiosamente tra il suicidio e un commando staliniano,  ma perché non teneva conto che Gramsci nella clinica Quisisana era sorvegliato notte e giorno dalla polizia fascista e che solo i fascisti potevano liberamente avvicinarlo e assassinarlo. In una lettera a Giulia del 6 marzo 1937, poche settimane prima della tragedia, Tania scriveva in proposito:

E’ necessario che la polizia ci dia l’autorizzazione per ogni passo che facciamo. Ora di Antonio si occupa un’intera squadra di agenti, nonostante per tutto il tempo del suo soggiorno qui non sia uscito una volta neanche per andare in giardino, [e] le sue condizioni di salute siano note a tutti.”

Dalla stessa lettera si apprende anche la trascuratezza del servizio sanitario in clinica verso di lui  e la noncuranza degli stessi medici, in una struttura che pure era una delle più rinomate e costose della capitale. Come se si sapesse che a occuparsi di quel particolare paziente ci si potesse compromettere:

Le condizioni della clinica, quanto a struttura, trattamenti, pasti – scriveva Tania -, lasciano molto a desiderare. E sotto il profilo medico non soltanto non abbiamo un buon dottore o dottori, ma in generale non abbiamo nessun dottore… Formalmente [il prof. Puccinelli] è il medico curante di Antonio, in realtà durante tutta la permanenza di Antonio in clinica è passato nella sua stanza non più di cinque, sei volte, e solo per informarsi come stava.”

Da notare che  il medico della clinica Vittorio Puccinelli era fratello del  medico personale di Mussolini, e che già nei mesi successivi all’arresto di Gramsci era intervenuto su Tania, conosciuta per i suoi studi incompiuti di medicina,  caldeggiando su “esplicite istruzioni”  la domanda di grazia. Un uomo cioè anche lui organico al regime. Noterà poi Togliatti che i medici si erano comportati verso Gramsci

come se avessero ricevuto la direttiva di lasciarlo morire, puramente e semplicemente. E una tale direttiva essi avevano senza dubbio ricevuto perché negli ultimi mesi, mentre le sue condizioni si facevano di più in più gravi, egli non fu sottoposto a nessuna visita, a nessuna cura, a nessuno dei trattamenti di cui aveva bisogno.”

Il sospetto dei familiari e dei compagni

Che Gramsci sia stato “aiutato” a morire  era precisa opinione dei familiari. La cognata Tania, che gli era stata  vicina anche negli ultimi istanti, ne era convinta, e lo ha ricordato  la nipote Olga, figlia di Giuliano Gramsci:

Mia zia Tania non credeva molto alla versione ufficiale della morte che parlava di un’emorragia cerebrale mentre riteneva più credibile la voce di un avvelenamento”.

Anche Margarita Zacharova, prima moglie divorziata di Giuliano Gramsci, raggiunta in Svezia da Giancarlo Lehner a caccia di scoop, gli ha confermato che  “in famiglia” si sosteneva che fosse stato “avvelenato”.

Di fatto provocare un’emorragia cerebrale nelle condizioni in cui era Gramsci non doveva essere difficile. Sarebbe bastato semplicemente sostituire una medicina abituale con una sostanza  capace di innalzare  subitaneamente la pressione arteriosa. La polizia segreta aveva il  libero movimento nella clinica  e ne aveva tutte le possibilità.  Qualcosa del genere sarebbe avvenuto alcuni anni dopo nelle carceri della repubblica per  lasciare celate inconfessabili relazioni con il luogotenente del bandito Giuliano, Gaspare Pisciotta.

Il dottor Raoul Bellok, uno dei medici della clinica “Quisisana”, ricordò dopo la guerra:

Gramsci era sottoposto ad una sorveglianza ristrettissima da parte della polizia. Dodici poliziotti erano distribuiti nel giardino della Clinica, nella Clinica stessa e fuori la sua camera. Un giorno anche le suore protestarono vivamente per quella spietata sorveglianza che rappresentava un vero incubo per tutti noi”.

La sorveglianza più insidiosa e maggiormente pericolosa era però probabilmente quella meno visibile e documentabile all’interno. Togliatti già nel primo scritto in commemorazione di Gramsci sollevò l’interrogativo inquietante:

La morte di lui rimane avvolta in un’ombra che la rende inspiegabile. Alla lunga catena delle torture è stato aggiunto un ultimo inno­minabile misfatto? Chi conosce Mussolini e il fascismo, sa che avanzare questa ipotesi è legittimo. La sorte di Gramsci rimane inspiegabile, soprattutto per il momento in cui è avvenuta, quando la sua pena, ridotta per diverse misure generali di amnistia e di indulto, spirava ed egli aveva il diritto di essere libero, di chiamare presso di sé amici e medici di fiducia, di iniziare una cura, di essere assistito.”

A un anno dalla morte, Giovanni Parodi, il compagno operaio torinese che aveva diretto l’occupazione della Fiat nel 1920, non aveva dubbi: Gramsci, che  aveva resistito strenuamente alle angherie inflittegli per anni in carcere dall’Ovra, “dovette soccombere – sei giorni dopo la data in cui doveva essere liberato  –  all’ultima ma efficace pozione”. Parodi credeva che Gramsci avesse potuto godersi sei giorni almeno di libertà, mentre in realtà come abbiamo visto non gli fu concessa  neanche un’ora, nemmeno da morto.

E’ anche rivelatore, nella sua succinta crudezza, un telegramma  che la mattina del 26 aprile, alle ore 10,45,  il questore di Roma Palma spedì alla prima sezione della Direzione generale affari generali e riservati della PS, in cui parlando erroneamente di “attacco cardiaco”, informava tuttavia come sicuro del fatto suo: “Prevedesi decesso”.

Se fosse stato un normale ictus, l’esito a quel momento non si poteva prevedere, perché  anche  privato della facoltà di movimento di una parte del corpo, il paziente avrebbe potuto ugualmente sopravvivere.

La pistola fumante

Certo un lettore pignolo può sempre dire che manca la prova della pistola fumante, ovverosia l’ordine scritto di Mussolini che comandava il delitto. Ma un ordine del genere non esiste neppure nel caso dei fratelli Rosselli o di Giacomo Matteotti. “Queste sono cose – disse una volta Mussolini al segretario che lo annotò –  che si fanno a voce”. E Ciano in una nota di Diario sugli antifascisti italiani catturati in Spagna, anarchici e comunisti: “Lo dico al Duce che mi ordina di farli fucilare tutti, ed aggiunge: i morti non raccontano la storia.”

“Nessuno saprà mai le nostre sofferenze”, aveva detto Gramsci al fratello Gennaro che era andato a trovarlo nel carcere di Turi. E infatti gli fu impedito di poterle raccontare.

Fu quasi certamente la liberazione condizionale accordata giuridicamente da Mussolini a Gramsci per ragioni di immagine internazionale, generalmente considerata come una misura umanitaria a favore del capo del Pci, a farne decretare  la condanna a morte.  Il regime infatti non intendeva a nessun patto correre il rischio di averlo libero.

Così fu del resto per altri massimi dirigenti comunisti. Basti citare in proposito il caso di  Umberto Terracini. Processato insieme a Gramsci e condannato a una lunga pena detentiva, finì di scontarla il 19 febbraio 1937. Avrebbe dovuto essere liberato, ma fu trattenuto in carcere per disposizione ministeriale, fino a che il successivo 5 aprile con ordinanza della  Commissione provinciale gli furono affibbiati  5 anni di confino. Quando poi ebbe finito di scontarli, il 19 febbraio 1942, fu condannato nuovamente ad altri cinque. E di cinque in cinque sarebbe certamente morto prigioniero, se il fascismo non fosse caduto.

Per Gramsci la liberazione condizionale escludeva alla scadenza che potesse essergli comminato un nuovo provvedimento restrittivo. Il fascismo risolse la difficoltà alla sua  maniera.

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“ I COMUNISTI E L’UNIONE EUROPEA”

Roma, 25 febbraio: cronaca di un convegno riuscito, di analisi e di lotta politica

di Alex Hobel

Non era una sfida facile quella di promuovere un convegno internazionale sui comunisti e l’Unione europea, con la presenza di varie organizzazioni comuniste del Vecchio continente e una serie di economisti che da tempo lavorano sulle contraddizioni della zona Euro e sul modo migliore per superarle. Una scommessa difficile, dunque, vinta grazie all’impegno di tanti militanti, al lavoro delle compagne e dei compagni del Dipartimento Esteri del Partito e alla disponibilità delle organizzazioni che hanno accettato di partecipare all’iniziativa: il Partito comunista portoghese, il cipriota Akel, il Partito comunista di Ucraina, il Partito comunista di Lugansk, cui va aggiunto il Partito comunista di Spagna, che solo per un problema logistico non ha potuto poi essere presente, e le due altre organizzazioni italiane coinvolte, Rifondazione Comunista e la Rete dei Comunisti. La sfida, dunque, ha avuto un buon esito, e oltre alla qualità del dibattito anche l’alta partecipazione al convegno – almeno duecento persone in sala, dalle 10.30 del mattino alle 18.00 – lo testimonia.

La presenza di diversi ospiti stranieri, inoltre, ha consentito al Dipartimento esteri, al Segretario e alla Segreteria nazionale di avere utilissimi scambi di informazioni e di idee, consolidando rapporti che giudichiamo preziosi. Anche perché – come ha sottolineato Fosco Giannini, responsabile Esteri e membro della Segreteria del Pci, nel suo intervento di apertura – la vocazione internazionalista dei comunisti va rilanciata e arricchita attraverso atti concreti. È una vocazione che ha una lunga tradizione storica, e non a caso, prima dell’inizio del convegno i partecipanti hanno potuto vedere le straordinarie immagini del film Lenin vivo, di Gianni Amico, che l’Ufficio stampa e propaganda del Pci realizzò nel 1970, a un secolo esatto dalla nascita di Lenin, gentilmente concesso dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico. E oggi che siamo a cento anni dal 1917 è più che mai opportuno ricordare e riflettere su quella origine del movimento comunista, che proprio dell’internazionalismo, del rifiuto della guerra e dell’abbattimento di poteri autocratici e ingiusti fece le sue bandiere.

Il convegno è iniziato con un primo intervento del compagno Francesco Maringiò, del Dipartimento esteri del Pci, che ha tracciato brevemente le attuali contraddizioni del quadro internazionale ed europeo, ha trasmesso il saluto del Partito comunista di Spagna e quello di Giorgio Cremaschi per Eurostop e ha – mano a mano – presentato gli esponenti dei partiti comunisti che sono intervenuti, aggiungendo notizie politiche relative ai loro partiti e ai loro Paesi. I lavori sono proseguiti  con una illustrazione del progetto del convegno da parte del compagno Fosco Giannini, che  ha ricordato che il nostro partito si è costituito sulla base di tre decisivi cardini teorici e politici: l’antimperialismo, l’internazionalismo, la prospettiva del socialismo. Il fatto che «il più grande pericolo per la pace mondiale e per l’intera umanità sia rappresentato – oggi più che mai – dagli Stati Uniti d’America e dalla NATO» – ha aggiunto Giannini – non deve far dimenticare che, accanto a USA e Giappone, un «terzo polo neoimperialista» si va costituendo, ed è quello dell’Unione Europea: un progetto «funzionale soltanto agli interessi del grande capitale transnazionale europeo, che – per diventare competitivo nella lotta inter-imperialistica – doveva e deve abbattere il costo del lavoro, i salari, i diritti, lo stato sociale e ogni resistenza democratica», come ha mostrato anche l’attacco alla nostra Costituzione.

Strumento monetario di questa costruzione è l’Euro,«l’unica moneta al mondo senza uno Stato»; una moneta dal valore artificiale, che ha raddoppiato il costo delle merci raggelando i salari, senza accompagnarsi a un sistema fiscale unico, che avrebbe imposto un minimo di redistribuzione delle risorse su scala continentale. Il progetto dell’Unione europea si è delineato attraverso i suoi trattati istitutivi, neoliberisti fin nelle fondamenta; è per questo che l’UE è irriformabile. Dinanzi al tentativo di abbattere le resistenze degli Stati, i comunisti devono «rivalutare il ruolo dello Stato-Nazione, utilizzandolo come argine al liberismo e difesa degli interessi popolari». Ciò non significa certo ripiegare su posizioni nazionalistiche, ma«deve coniugarsi con la necessaria unità sovranazionale delle lotte contro il grande capitale». Occorre dunque – ha concluso Giannini – «stringere ancor più i rapporti tra i Partiti comunisti d’Europa, costruire insieme una lotta unitaria e sovranazionale, che si offra come punto di riferimento del movimento operaio e dei popoli europei, al fine di evitare che la sofferenza sociale trovi l’unico sbocco nei fronti nazionalisti, populisti e di destra».

Bruno Steri, responsabile Economia e anch’egli membro della Segreteria del Pci, ha quindi tenuto la sua relazione. Partendo dal documento Il Partito comunista italiano e la questione europea, Steri ha ribadito il giudizio radicalmente negativo sull’Unione Europea, di cui si è verificata la irriformabilità. Il progetto europeo, «a trazione tedesca e di ispirazione liberista, oltre che iniquo socialmente si è dimostrato oggettivamente fallimentare […]. L’Unione si è trovata infatti a dover fronteggiare gli squilibri causati dai differenziali di competitività esistenti al suo interno […]. La strada scelta per tentare un riequilibrio è stata quella dell’abbattimento del costo del lavoro […] con l’obiettivo di incrementare per questa via la produttività dei Paesi “periferici” e sanare i loro conti con l’estero […] ma il risultato è stata la distruzione della domanda interna», e il caso greco è lì a dimostrarlo.

La crisi iniziata nel 2008 ha peggiorato le cose, ma i parametri di Maastricht, lungi dall’essere messi in discussione, «sono stati ulteriormente inaspriti da successivi patti, che hanno ridotto a zero la tolleranza sul deficit pubblico e stabilito una tempistica ultra-rigorosa per il rientro dal debito, con un totale potere di condizionamento da parte di Bruxelles e più severe sanzioni in caso di infrazione». In questo quadro i margini di azione per i singoli Stati si sono ulteriormente ristretti. Quanto all’Italia, sul nostro paese grava la minaccia di una procedura di infrazione per deficit eccessivo; con la conseguente prospettiva di ulteriori tagli e sacrifici e la richiesta da parte di Bruxelles di un vero e proprio “piano nazionale di riforme” per l’abbattimento del debito. È evidente che, «a questo punto, il problema non è “quanta Europa” ma “quale Europa”. E che sarebbe ora di cambiare risolutamente strada».

D’altra parte – ha proseguito Steri – dall’esito delle prossime elezioni in Olanda, Francia, Germania e Italia«dipenderà l’esistenza della moneta unica e della stessa Ue», la cui implosione non è da escludersi. Sarebbe dunque da irresponsabili non provare«a indicare nel concreto una via che tuteli gli interessi delle classi popolari», dal momento che un’eventuale fuoriuscita dall’Euro «può avere due opposti esiti, uno di destra e uno di sinistra». Per quest’ultimo, sarebbe necessario ripristinare una serie di strumenti, come la scala mobile, i contratti nazionali, i prezzi amministrati. Ma occorre anche un nuovo protagonismo delle forze progressiste e dei comunisti in primo luogo, a partire daireferendum sociali promossi dalla Cgil e dalla mobilitazione di fine marzo, allorché a Roma si riunirà il vertice della Ue. Va dunque rilanciata«un’alternativa politica e di trasformazione sociale», in cui tornino sotto il controllo pubblico i settori strategici dell’economia e siarivitalizzata la partecipazione democratica. Occorre dunque un diverso«quadro politico e istituzionale», che delinei«un’Europa di pace, di cooperazione economica, di solidarietà tra popoli e Stati, che siano sovrani e con gli stessi diritti: una comunità di Paesi solidali dall’Atlantico agli Urali».

Ha quindi preso la parola la prima tra i relatori dei partiti comunisti esteri, la compagna Viktoriia Georghevska, responsabile Relazioni internazionali del PC di Ucraina, un partito perseguitato e messo fuori legge nel suo paese, dove invece organizzazioni neonaziste e gruppi paramilitari spadroneggiano; tutto ciò, nel cuore dell’Europa “democratica”. La stessa compagna Georghevska, nel 2014, è stata vittima di un attentato assieme al Segretario del Partito Petro Simonenko: appena usciti della sede della tv ucraina, dove Simonenko aveva annunciato il suo ritiro dalle elezioni presidenziali, i due dirigenti e la loro scorta furono aggrediti da una trentina di squadristi, che dopo aver rotto i vetri dell’automobile vi gettarono delle molotov nel tentativo di bruciare vivi gli occupanti (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2014/05/17/ucraina-attentato-fascista-contro-il-segretario-del-partito-comunista-024036). Solo la prontezza della compagna, che ributtò le molotov fuori dall’auto, consentì loro di salvarsi la vita.

Accolta da un caloroso applauso di tutta la sala in piedi, la responsabile Esteri del PC Ucraino ha osservato che coloro i quali portarono i manifestanti a piazza Maidan per una di quelle “rivoluzioni colorate” con cui, dalle ultime vicende dell’Urss in avanti, gli Stati Uniti promuovono le loro operazioni di “regime change”, avevano promesso loro livelli di vita pari a quelli più alti dell’Unione Europea; al contrario, la sempre più stretta integrazione dell’Ucraina con UE e USA ha impoverito la grande maggioranza della popolazione e sta riducendo il Paese al rango di una colonia. Mentre il potere si caratterizza per le lotte tra gruppi di oligarchi e potentati economici, nella società si promuove l’isteria anticomunista e russofoba.

La compagna Georghevska peraltro non si è limitata a un’analisi della situazione ucraina, ma ha delineato un quadro complessivo. Di fronte ai danni provocati dalla mondializzazione capitalistica, molti Paesi stanno cercando delle  strategie nazionali anti-crisi, puntando a preservare il loro potenziale industriale e tecnico-scientifico, fondamentale per lo sviluppo e per l’innovazione; al tempo stesso sperimentano nuove forme di integrazione economica internazionale, come quella delineata dai BRICS (tra i quali aumentano i pagamenti in monete nazionali senza alcun riferimento al dollaro o all’euro) o dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. In questo quadro, ha osservato, «si aprono nuove opportunità per la conversione del continente euro-asiatico nel nuovo centro di crescita globale al posto di quello euro-atlantico». Di fronte a ciò che percepiscono come un rischio mortale, gli Stati Uniti e alcuni loro alleati si sono mobilitati attraverso nuovi progetti di integrazione di tipo neoliberista come il TTIP e il TPPA, continuando a promuovere quelle “rivoluzioni colorate” con cui cercano di seminare il caos nei paesi che non si adeguano. È in questo contesto che è maturato il golpe di Maidan. «L’obiettivo era di impedire la partecipazione dell’Ucraina al progetto eurasiatico, creare il caos al confine con la Russia e localizzare una base navale NATO in Crimea». Oggi la “democrazia” vede elezioni popolari sostituite da “elezioni tecnologiche” in cui la compravendita di voti e la frode sono la norma, mentre i gruppi neonazisti e le squadre paramilitari impazzano e il prodotto interno lordo ha perso il 20% in tre anni. Un’inversione di rotta è dunque urgente. Le proposte dei comunisti ucraini vanno dal ripristino della normalità costituzionale allo scioglimento dei gruppi armati illegali; dall’esclusione in ruoli di governo di persone incompatibili con i principi costituzionali alla revisione delle assurde leggi sulla “decomunistizzazione”.

Dopo l’intervento, drammatico ma anche fortemente analitico della compagnaGeorghevska, ha preso la parola un economista di vaglia come Emiliano Brancaccio, il quale ha esordito con una riflessione squisitamente politica (e molto politico è stato tutto il suo discorso): checché ne dicano detrattori e liquidazionisti, il Partito comunista continua ad essere uno strumento fondamentale della trasformazione in quanto «espressione politica del materialismo storico». In questo quadro Brancaccio ha sottolineato la necessità di un nuovo internazionalismo del movimento operaio, ben distinto dall’“internazionalismo” del capitale, ossia dalla mondializzazione capitalistica, ma anche dalle scorciatoie neo-nazionalistiche di destre e populisti vari: dopo essere stato in molti casi subalterno ai cantori della globalizzazione, il movimento operaio non può oggi porsi alla coda di istanze e movimenti regressivi. L’economista napoletano, reduce da un dibattito con Romano Prodi all’Università di Bologna, ha criticato la lettura data da Prodi ed egemone nei nostri media della UE come “baluardo di pace”. In realtà, ha osservato, l’attuale assetto europeo è tutto fuorché garanzia di pace, ricordando in modo inquietante il contesto del gold standard che esisteva nel 1914, ossia un sistema di cambi fissi cui si accompagna la totale libertà di circolazione dei capitali. Un’analisi ispirata al materialismo storico può senz’altro cogliere i nessi tra economia e geopolitica, e nel caso specifico la relazione tra gli squilibri commerciali e delle bilance dei pagamenti e le spinte alla guerra che vanno riemergendo. Il paradosso è che quelle stesse politiche vessatorie che, come denunciava il Keynes de Le conseguenze economiche della pace, furono imposte alla Germania dopo la prima guerra mondiale, contribuendo all’ascesa del nazismo, sono oggi adottate dalla stessa Germania nei confronti dei paesi dell’Europa mediterranea. Tuttavia fuoriuscite dall’Euro unilaterali da parte di singoli Stati non sono auspicabile: il ritorno a monete nazionali e a un sistema di cambi flessibili costituirebbe la soluzione «più capitalistica di tutte». Occorre invece costruire rapporti economici e finanziari tra i paesi europei effettivamente orientati verso la pace e la cooperazione, e in questo quadro va rilanciato con forza l’obiettivo del controllo dei flussi di capitale: se le destre basano la loro politica sul tentativo di arrestare i flussi di persone, ad esse va contrapposta la richiesta di un controllo pubblico dei movimenti di capitale, presupposto indispensabile di ogni politica di programmazione democratica dell’economia.

L’intervento di Brancaccio ha dunque posto elementi problematici di non poco conto. A lui è seguito il secondo ospite straniero, il compagno Charis Polycarpou, membro del CC e dell’Ufficio economico di Akel, il Partito progressista dei lavoratori di Cipro. Il compagno Polycarpou è partito dal “deficit democratico” sempre più evidente nella UE, i cui memorandum e diktat erodono la democrazia e la sovranità degli Stati. A ciò si aggiungono un aumento della povertà e un’accelerata deindustrializzazione nei paesi dell’Europa mediterranea. Secondo Eurostat tra il 2008-2014 oltre 300.000 aziende nel settore delle costruzioni nell’Unione Europea hanno chiuso i battenti. A Cipro, negli ultimi quattro anni 5.000 piccole aziende sono fallite. «L’economia europea – ha osservato Polycarpou – potrebbe essere descritta come un caso in cui il pesce grande mangia quello piccolo».Oggi, più di 120 milioni di ciprioti vivono in povertà. Nell’intera UE Il tasso di disoccupazione sfiora ormai la cifra di 25 milioni di persone, ma vi è anche un problema di qualità del lavoro, sempre più precario e non regolamentato.

Il fatto che la crisi esplosa nel 2008 sia stata attribuita a un eccesso di spesa pubblica ha giustificato quelle politiche di austerity e tagli allo Stato sociale imposte dalla UE che hanno anche un intento politico, quello di colpire i lavoratori e di dettare ai singoli paesi le linee di politica economica. Per quanto riguarda Cipro, la firma del memorandum del 2013 segnò l’inizio di un nuovo periodo per l’economia, portando la disoccupazione sopra il 15%, accrescendo la sottoccupazione e le diseguaglianze e portando il 29% della popolazione sull’orlo della povertà. Va dunque invertita la rotta, cercando soluzioni a livello nazionale ed europeo, aumentando la spesa pubblica in investimenti e infrastrutture, mirando a ridurre la disoccupazione e creare posti di lavoro stabili e dignitosi; occorre insomma «un piano alternativo globale». Le forze progressiste europee – ha concluso Polycarpou – «hanno il dovere di promuovere un’azione comune e proporre un percorso alternativo», che si contrapponga al “patto di stabilità” e al monetarismo della BCE.

Come si vede, le ipotesi in campo sono di diverso tipo. Non c’è alcun massimalismo nelle posizioni dei comunisti europei, ma la presa d’atto di una situazione drammatica, rispetto alla quale occorre individuare le vie d’uscita, offrendo risposte ai problemi più urgenti dei lavoratori e costruendo al tempo stesso una prospettiva alternativa di carattere generale.

Dopo una breve pausa, il convegno è ripreso – con una presenza in sala che si è mantenuta costante – con l’intervento di Rosa Rinaldi della Segreteria nazionale del Partito della rifondazione comunista, la quale ha posto l’accento sulla«necessità di rovesciare questa Unione Europea», «rompere la gabbia» che essa rappresenta, rilanciando la lotta al neoliberismo, per la riduzione dell’orario di lavoro, nuove politiche keynesiane di intervento pubblico in economia e nuove tutele per i lavoratori: una lotta che non può più essere condotta a livello nazionale ma va portata su un piano europeo. Per la compagna Rinaldi, il tema della fuoriuscita da Euro e UE non va dunque posto come un discrimine; va invece costruito un fronte antiliberista unitario, lottando in primo luogo contro lo strapotere delle multinazionali.

Ha quindi preso la parola l’economista Sergio Cesaratto, autore tra l’altro del recente Sei lezioni di economia. Cesaratto ha premesso che di fronte a una situazione complessa come quella attuale, non esistono risposte certe; ma proprio per questo è utile sviluppare il dibattito e considerare quanto meno la possibilità della fuoriuscita dall’Euro, alla quale del resto l’Italia è stata vicina nel 2012. Un esito del genere si produrrebbe solo in presenza di un aggravarsi della situazione, ad esempio se il Fiscal compact fosse applicato nei prossimi anni, costringendo il nostro paese a ulteriori drastici tagli alla spesa sociale per ridurre il debito pubblico sul PIL del 4-5% all’anno, il che farebbe calare a picco l’economia. Tale esito non sarebbe privo di conseguenze, anche perché il debito estero non sarebbe convertibile in lire. Né Cesaratto ritiene possibile una uscita coordinata di più paesi che trovino tra loro nuove forme di integrazione. In caso di fuoriuscita di un singolo paese come l’Italia, occorrerebbe applicare un “protezionismo di sinistra”, recuperando la sovranità sulle scelte di politica economica: averla persa è uno dei motivi dell’attuale crisi della politica.

Un po’ diverso l’approccio di un altro economista,Domenico Moro, che ha sostenuto la necessità di porre apertamente l’obiettivo della fuoriuscita da UE ed Euro, grimaldelli usati dal grande capitale europeo per colpire i lavoratori ma anche le piccole imprese, garantendo al tempo stesso la “governabilità”, ossia bypassando i parlamenti nazionali e le stesse banche centrali dei singoli paesi. L’Euro inoltre, delineando un sistema di cambi fissi tra economie di diverso peso,sfavorisce quelle dei paesi più deboli, che reagiscono colpendo i salari dei lavoratori, riducendo la stessa capacità produttiva e deprimendo il mercato interno,promuovendo politiche protezionistiche e guerre tra poveri. Uscire da Euro e UE – ha concluso Moro – non sarebbe dunque una scelta nazionalista, ma al contrario di un’opzione di carattere internazionalista, volta a unire i popoli e i lavoratori europei in un progetto anticapitalista, ripristinando al tempo stesso la capacità produttiva dei singoli paesi.

Il terzo partito comunista estero intervenuto è stato il Partito comunista portoghese, per il quale ha parlato il compagno Agostinho Lopes, del Comitato centrale del PCP. In Portogallo le elezioni dell’ottobre 2015 hanno segnato la fine del governo di centro-destra, aprendo la strada a quella intesa tra il PCP e il Partito socialista che, ferma restando l’autonomia del Partito comunista, lo ha portato a sostenere una linea politica «patriottica e di sinistra». D’altra parte, una discontinuità vera rispetto alla politica delle destre richiede di rompere col capitale monopolistico e i vincoli imposti dall’UE. Vi è infatti una chiara inconciliabilità tra le imposizioni dell’Unione Europea e le esigenze del Paese. Soffocato da deficit e debito pubblico, e privato di ogni strumento di politica monetaria, dopo l’adesione all’Euro il Portogallo ha vissuto un lungo periodo di stagnazione economica. «La Liberazione dalla sottomissione all’Euro – ha proseguito il compagno Lopes – è necessaria ed è possibile», a condizione che sia preparata, con una rinegoziazione del debito coi creditori e col recupero del controllo pubblico delle banche. L’Unione Europea non è riformabile. Fin dall’inizio il processo di integrazione europeo è stato al servizio del grande capitale e se per una certa fase si è potuto sperare di dargli un orientamento progressista, «oggi questa illusione non è più possibile», poiché «siamo di fronte a continui ricatti verso governi sovrani e decisioni democratiche dei popoli espresse in elezioni e referendum». Proprio per costruire «l’Europa dei lavoratori e dei popoli», bisogna dunque sconfiggere la UE e gli interessi che essa tutela, avviando invece «nuove forme di cooperazione» in un quadro di solidarietà tra popoli e Stati sovrani e con pari diritti. A tal fine occorrono una lotta dei lavoratori dell’intero continente e una maggiore cooperazione delle forze progressiste, e in primo luogodi quelle comuniste, «in una chiara posizione di rottura con il processo di integrazione capitalistica europea». Solo così – ha concluso il compagno Lopes – si potrà efficacemente contrastate il grave pericolo di una nuova egemonia delle destre.

Ha quindi preso la parola la compagna VeronikaYukhina, responsabile Esteri del PC di Lugansk (Donbass), che ha anche portato il saluto al convegno del segretario generale del Partito, Maksim Cialenkoe di tutti i comunisti della Repubblica Popolare di Lugansk. «Oggi noi – ha detto la compagna Yukhina – siamo sulla linea del fronte della lotta contro il fascismo ucraino, creato e sostenuto dalle forze capitaliste dell’Occidente. In Donbass c’è ancora la guerra e nonostante gli accordi di Minsk ogni giorno muoiono delle persone. Dal 2014 il nostro territorio è costantemente sotto il tiro dell’artiglieria dell’esercito di Kiev. Le cifre sono terribili: più di 10.000 morti di cui più di cento sono bambini». La crisi economica intanto è gravissima. A rompere l’isolamento internazionale degli antifascisti di Ucraina e Lugansk è giunta la solidarietà di tante forze progressiste. In questo quadro la compagna Yukhina ha enfatizzato lo sforzo dei comunisti e di varie forze anticapitaliste italiane. La guerra e la crisi in Ucraina – ha aggiunto – sono una conseguenza della crisi del sistema capitalistico mondiale, e solo la vittoria della sinistra europea nella lotta contro UE, USA e NATO può consentire di invertire la rotta. In questo quadro, i comunisti di Lugansk hanno promosso assieme ad alcuni compagni italiani il forum internazionaleAntifascism, Internationalism, Solidarity(AIS), con rappresentanti di 17 paesi, che ha dato il via ad una campagna internazionale di solidarietà con il popolo del Donbass in lotta contro il fascismo e che si riunirà nuovamente in autunno.

Intervenendo a nome della Rete dei Comunisti,Luciano Vasapollo ha ribadito la natura antipopolare e di polo imperialista dell’Unione Europea. Non c’è una globalizzazione compiuta e pacificata, ma un contesto complesso ricco di contraddizioni inter-imperialistiche, nel quadro di una crisi sistemica, ossia di una crisi complessiva del modello di accumulazione capitalistica apertasi all’inizio degli anni Settanta. In questa situazione, ha proseguito Vasapollo, sarebbe illusorio pensare a nuove politiche keynesiane o alla riforma dell’UE; occorre invece preparare le condizioni per uscire da Euro e UE, non per rinchiudersi nei confini nazionali ma per costruire nuove forme di integrazione sul modello latinoamericano: un’“ALBA mediterranea”, che aggreghi i paesi dell’Europa meridionale maggiormente colpiti dalle politiche dell’UE, lottando contro il debito estero e nazionalizzando il credito, le aziende in crisi e settori strategici quali i trasporti e le comunicazioni.

Il convegno è stato infine concluso dal compagno Mauro Alboresi, Segretario nazionale del Pci. In un quadro mondiale segnato da contraddizioni e conflitti crescenti, ha detto, occorre «rompere con questa Europa per affermarne un’altra»,favorendo a tal fine un sempre maggiore coordinamento tra partiti comunisti. A 60 anni dai Trattati di Roma, «il re è nudo, l’Unione Europea è in crisi»: il progetto di integrazione, fondato sul primato dell’impresa, della “governabilità” e dell’austerità, è sostanzialmente fallito. Ad affermarsi sono stati «gli interessi del grande capitale finanziario, gli interessi di pochi a discapito dei molti, che quindi non vivono più l’Unione Europea come una risorsa bensì come un problema, e chiedono una risposta». Le radici del problema stanno nei Trattati istitutivi e nelle politiche economiche seguite, tutt’altro che volte all’integrazione. L’Euro rappresenta l’altro elemento di quella “gabbia” al cui interno per i comunisti e la sinistra «non vi è, non vi può essere futuro». Tale gabbia va quindi rotta, anche perché l’UE è irriformabile e l’esperienza greca dimostra che la rinegoziazione dei trattati non è praticabile. Questo non vuol dire promuovere chiusure di tipo nazionalista, come fa la destra, che cavalca la xenofobia e le guerre tra poveri, ma fermare le cessioni di sovranità all’UE, e difendere e rilanciare la Costituzione repubblicana: «da essa vogliamo ripartire, e la nostra Costituzione, i suoi valori e i suoi obiettivi sono incompatibili con quello che oggi è l’Unione Europea». Occorre dunque «un’altra Europa», fondata su un patto tra Stati messi sullo stesso piano, un’Europa dall’Atlantico agli Urali, volta alla pace e alla cooperazione. In vista di tale obiettivo, bisogna avviare lotte nei vari paesi, cercando di dare loro respiro e forme di coordinamento sovranazionale. Vanno dunque rilanciati l’internazionalismo e la prospettiva di un cambiamento di sistema, quella prospettiva storica del socialismo e del comunismo che rimane in nostro obiettivo di fondo, ridando speranza ai lavoratori e alle lavoratrici di tutto il continente.

Tirando le somme, possiamo ben dire che il convegno è stato una iniziativa riuscita, che ha fatto fare un piccolo passo in avanti al nostro partito e in generale alla discussione. È evidente che i temi affrontati sono complessi, e la stessa articolazione delle posizioni emerse conferma che il dibattito è ancora aperto. Una cosa però è certa: i comunisti dovranno sempre più distinguersi per un’opposizione radicale alla UE, ai suoi vincoli e alle sue politiche, e non per chiudersi in angusti ambiti nazionalistici, ma per rilanciare quel nesso tra internazionalismo e dimensione nazionale che ha caratterizzato il movimento comunista nei momenti migliori della sua storia.

 

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NoGuerra-NoNATO-1

Dare efficacia alla mobilitazione contro la NATO

DA:http://www.marx21.it/index.php/internazionale/pace-e-guerra/27797-dare-efficacia-alla-mobilitazione-contro-la-nato

di Mauro Gemma

Intervento all’iniziativa “Via dall’Italia le basi militari USA e NATO”, Torino, 4 marzo 2017

E’ facilmente constatabile come non solo ogni argomento che riguarda le questioni militari e della sicurezza del nostro paese sia scientificamente rimosso nell’apparato mediatico dominante, ma come continui a passare sistematicamente in secondo piano persino nelle mobilitazioni (scarse, per la verità) dei settori politici e dei movimenti sociali che più dovrebbero farsene carico e ad essere praticamente derubricato dall’agenda dell’intera sinistra che siede nel parlamento, anche quella che si definisce “a sinistra del PD”, in tutte le sue sfumature.

Non è rimasta praticamente più alcuna traccia e memoria delle grandi manifestazioni che nel passato caratterizzarono il nostro paese al punto che, a un certo momento, l’Italia era sembrata rappresentare la punta più avanzata di un movimento dalle caratteristiche mondiali, come avvenne, ad esempio, con la straordinaria mobilitazione di milioni di cittadini in occasione dello scatenamento della guerra di aggressione contro l’Iraq nel 2003.

E se pensiamo che, in questo stesso momento, è in corso nel cuore dell’Europa una guerra come quella scatenata dai nazisti al governo in Ucraina contro le popolazioni del Donbass, voluta e sostenuta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati della NATO, appare sorprendente non solo la sostanziale assenza di mobilitazione delegata ormai a piccole pattuglie di volonterosi internazionalisti che si muovono nell’indifferenza generale, ma persino di informazione puntuale a proposito di una delle pagine più vergognose scritte dall’intero Occidente nella storia del secondo dopoguerra.

Ora per ricostruire le condizioni che permettano di mettere in campo una proposta che, in qualche modo, inverta l’attuale tendenza alla smobilitazione del movimento contro la guerra, è certamente indispensabile chiarire alcuni elementi di analisi, senza i quali non è possibile il rilancio di un movimento per la pace e antimperialista, degno di questo nome e capace di individuare gli obiettivi della sua iniziativa, senza inopportune confusioni.

Due sono gli elementi fondamentali su cui focalizzare l’attenzione e attorno ai quali cercare di costruire momenti di mobilitazione di una certa efficacia.

Occorre innanzitutto essere chiari su un punto, sul quale, almeno in quel poco che si muove qui da noi, si stia manifestando una confusione che rischia seriamente di oscurare le responsabilità di quelli che sono i principali attori della strategia di guerra in corso sull’intero pianeta, pregiudicando la costruzione di forme efficaci di mobilitazione che vi si contrappongano.

Si tratta di un punto essenziale ai fini della costruzione di piattaforme che vadano realmente alla radice della questione NATO: quello del riconoscimento che i principali pericoli per la pace mondiale vengono innanzitutto dai gruppi più oltranzisti degli Stati Uniti d’America, che della Alleanza Atlantica hanno rappresentato fino alla presidenza Obama e ne rappresentano tuttora, in una soluzione di continuità, il nucleo egemone. Quello che esprime le spinte più aggressive e fautrici dello scontro militare che sembrano prevalere anche oggi.

Sono soprattutto questi settori dell’establishment imperialista statunitense che hanno dettato e continuano a dettare l’agenda della NATO e delle sue politiche di intervento, aggressione e guerra nello scacchiere planetario.

E sorprende che in alcune analisi formulate in ambienti della sinistra cosiddetta radicale o antagonista del nostro paese questo elemento fondamentale venga rimosso, portando, come è avvenuto nel corso di alcuni recenti tentativi di mobilitazione a non citare neppure gli Stati Uniti tra gli attori principali delle politiche della NATO, quasi a ignorare il fatto che è proprio su iniziativa dei gruppi più oltranzisti dell’imperialismo statunitense, rappresentati dal connubio tra falchi del partito democratico che avevano in Hillary Clinton il loro candidato alle presidenziali, neo-conservatori fautori dello scontro con Russia e Cina, come il senatore repubblicano McCain, uno dei protagonisti del colpo di Stato in Ucraina, e ambienti del Pentagono e dei servizi come NSA e CIA, che si è messa e si continua a mettere a repentaglio persino la conservazione di una pace precaria tra le potenze nucleari, e si sta freneticamente lavorando per creare le condizioni più favorevoli persino per lo scatenamento di una guerra globale dalle dimensioni imprevedibili e più devastanti, anche di carattere nucleare.

E’ una linea questa che, almeno al momento e sotto la spinta dei settori prima citati, sembrerebbe pienamente confermata anche dalla nuova amministrazione di Donald Trump, in netto contrasto con certe dichiarazioni rilasciate in campagna elettorale che avevano generato qualche aspettativa almeno di un freno alle pulsioni più aggressive nei confronti del partner nucleare russo. Propositi che sono stati immediatamente frustrati dalla reazione furiosa degli ambienti guerrafondai che mantengono l’egemonia all’interno sia del Partito Democratico che di quello Repubblicano che, forti anche del supporto dell’intero apparato mediatico dominante dell’Occidente, hanno saputo cavalcare e torcere a loro favore persino la più che legittima e giustificata indignazione di ampi settori della società statunitense (ed europea) contro le ripugnanti pulsioni reazionarie, xenofobe e razziste del nuovo inquilino della Casa Bianca.

Sembra proseguire, e con accelerazioni, il processo di espansione della NATO verso est. Truppe e armamenti micidiali della NATO stazionano stabilmente in alcuni paesi dell’Europa Orientale, alcuni dei quali vivono ormai una situazione di autentica occupazione straniera. La guerra nel Donbass è stata riattizzata dall’esercito della giunta nazional-fascista di Kiev, in aperta violazione degli accordi di Kiev. E la Russia non sembra più nutrire ottimismi nei confronti dell’approccio USA/NATO alla questione, dopo la nuova ingiunzione di Trump a “restituire” la Crimea ai nazisti al governo dell’Ucraina e la sostanziale riconferma delle sanzioni da parte della sua amministrazione.

Quanto detto, certamente, non assolve gli alleati NATO degli Stati Uniti, a cominciare dall’Unione Europea, la cui politica della sicurezza – non va sottaciuto, al contrario di quanto a volte si ha la sensazione che avvenga – si sviluppa in assoluta subalternità rispetto alle scelte di un’alleanza il cui comando supremo è esercitato dagli Stati Uniti, ma definisce con precisione quello che, perlomeno da parte dei comunisti e delle forze antimperialiste più conseguenti, dovrebbe essere considerato il “nemico principale” di tutti coloro che si battono per la pace e contro la militarizzazione delle relazioni internazionali.

C’è un altro punto importante che va focalizzato e consiste nel ruolo che deve essere assegnato allo schieramento di stati e blocchi di stati che costituiscono il bersaglio principale dei piani della NATO: quello delle potenze emergenti che si raggruppano nei Brics, un’alleanza che le manovre dell’imperialismo stanno tentando di scompaginare, destabilizzandone le componenti meno determinate a confrontarsi con l’offensiva degli Stati Uniti e dei suoi alleati, come sta avvenendo con il Brasile e l’India. E più in particolare, va analizzato ed evidenziato il ruolo di Russia e Cina, che di questo schieramento costituiscono l’elemento propulsore.

Non dovrebbero sussistere dubbi sul fatto che, in questa fase storica, Russia e Cina, due grandi potenze che stanno consolidando rapporti di alleanza anche sul piano della sicurezza (indipendentemente dal giudizio che ciascuno di noi formula sulla natura del loro sistema politico-sociale), rappresentano l’elemento principale di contrappeso nei confronti della politica di espansione aggressiva dell’imperialismo.

Russia e Cina si caratterizzano per una visione comune delle relazioni internazionali, che fa apparire campate in aria le accuse di aggressività e di imperialismo che vengono avanzate nei loro confronti.

Va rilevato, ed è una colpevole omissione non farlo, che le due potenze eurasiatiche condividono il rispetto puntiglioso delle norme del diritto internazionale, dei principi che regolano i rapporti tra le nazioni contemplati nella Carta delle Nazioni Unite. Entrambe auspicano costantemente, nei documenti ufficiali e nelle dichiarazioni dei loro leader, la creazione delle condizioni di un mondo privo di centri guida egemonici del cosiddetto “nuovo ordine mondiale”.

E’ questa, in sostanza, la ragione che spiega l’accanimento ossessivo, all’insegna delle caricature e della demonizzazione, dei propagandisti del modello attraverso il quale si è preteso di imporre, fin dal momento della fine dell’URSS, il dominio della principale potenza imperialista, in una logica puramente “unipolare”. Velleità che l’avvento alla presidenza della Russia di Vladimir Putin ha seriamente pregiudicato, con la conseguente trasformazione della Russia nel nemico principale dell’establishment imperialista, al punto di considerarla, anche nei documenti ufficiali, “più pericolosa” dello stesso Stato Islamico.

Ignorare questo aspetto fondamentale delle questioni riguardanti il ruolo svolto da Cina e Russia, significa non solo non comprendere quanto l’esistenza di questo contrappeso al dilagare dell’aggressività dell’apparato di guerra occidentale, alle sue ambizioni di dominio planetario, possa favorire lo sviluppo della resistenza antimperialista di popoli e paesi e la crescita complessiva dello stesso movimento per la pace in paesi come il nostro, ma significa anche operare una grave distorsione della realtà delle attuali relazioni internazionali, attribuendo la responsabilità del suo drammatico deterioramento, in uguale misura, a tutti i soggetti principali dello scenario globale, confondendo spesso gli aggrediti con gli aggressori.

Dispiace constatarlo, ma è ciò che regolarmente e colpevolmente avviene in quel poco che resta del movimento pacifista in Italia, quello che fa riferimento alla sinistra parlamentare, ma anche a settori consistenti della extraparlamentare, ogni volta che, di fronte al crescere della tensione internazionale, la risposta che viene data pare essere sempre, sostanzialmente, il pilatesco richiamo alle responsabilità di tutti i soggetti in campo e l’attribuzione dei pericoli di guerra a un generico conflitto tra le grandi potenze.

Ben vengano allora e si estendano iniziative come questa di Torino, nello sforzo di fare chiarezza sugli aspetti essenziali della questione NATO, in grado di coinvolgere il maggior numero di soggetti attorno a una piattaforma efficace e priva di ambiguità, che metta al centro la battaglia per l’uscita dell’Italia dal Patto Atlantico e per la sua liberazione dalla servitù militare e nucleare, attraverso la chiusura di tutte le basi straniere sul nostro territorio.

Solo in questo modo, e ricercando, senza preclusioni, l’interlocuzione con tutte le forze che nel parlamento e nel paese condividono completamente o almeno in parte questi obiettivi, si potranno creare le condizioni per il rilancio di un movimento per la pace e antimperialista degno delle  grandi tradizioni di lotta del nostro paese.

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Per un’inchiesta sul nuovo mondo del lavoro

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Interessantissima analisi di Stefano Barbieri per Marx21.it, di un mondo dimenticato e sottovalutato: il mondo del lavoro.

Analisi che noi proponiamo integralmente, e che vogliamo condividere sottolineando l’appello del compagno Barbieri: ….Suggerirei di partire da qui, dallo studio, da una sorta di INCHIESTA sul nuovo mondo del lavoro, di INDAGINE sulle cause e le conseguenze della trasformazione, a chiunque volesse, come noi comunisti, riprendere una strada che ridia la speranza di rappresentatività alle classi sociali ormai non solo più deboli, ma quasi totalmente estromesse nella società contemporanea.

Per un’inchiesta sul nuovo mondo del lavoro

 

DA: http://www.marx21.it/index.php/italia/sindacato-e-lavoro/27376-per-uninchiesta-sul-nuovo-mondo-del-lavoro

di Stefano Barbieri per Marx21.it

http://www.marx21.it/documenti/barbieri_inchiestasullavoro.pdf

formato PDF  clicca qui >>>> barbieri_inchiestasullavoro

 

 

 

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Elezioni Usa: alcuni (s)punti di interpretazione

di Francesco Maringiò, Direzione Nazionale PCI, Dipartimento Esteri

 

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Dopo una notte di testa a testa ed una campagna elettorale tra le più squalificanti della recente storia statunitense, Donald Trump è stato eletto 45esimo Presidente degli Usa, con una netta maggioranza di grandi elettori, che lo hanno scelto. Nei prossimi giorni sarà certo più facile analizzare i flussi elettorali per capire cosa si è mosso nelle viscere profonde della società statunitense al punto da eleggere un “outsider” ed un “impresentabile” come Presidente della nazione più potente del pianeta. Sin da ora, però, è utile fissare alcuni punti fermi.

  1. Donald Trump non è un “outsider”, ma al pari di Hillary Clinton è l’espressione del sistema americano. Il suo essere “impresentabile” è solo il frutto del fatto che l’approfondimento della crisi strutturale del capitalismo ha tra le sue conseguenze anche l’intensificazione del carattere reazionario dei sistemi politici e di rappresentanza liberali, che oggi vivono una crisi peculiare nel rapporto con i cittadini, dopo anni di istituzionalizzazione del “pensiero unico” e di promozione del mito della “globalizzazione”. Per cui bisogna saper cogliere la contraddittorietà della fase: il voto dei cittadini segnala una rottura con il sistema consolidato nei decenni precedenti in tutto il mondo occidentale, ma la scelta fatta è (paradosso apparente) il trionfo della democrazia occidentale, capace di rinnovare se stessa oltre ogni immaginazione. Una lezione che le forze alternative dell’Europa dovrebbero assimilare per bene, se non vogliono lasciare che, come negli Usa, la protesta anti-establishment confluisca su un candidato dell’establishment.
  2. Stando ai punti del programma elettorale, è sul piano interno che il tratto “impresentabile” di Trump sarà più marcato: costruzione del muro di separazione con il Messico, retorica anti-islam e machismo nel discorso pubblico, sono solo alcuni dei punti più controversi che hanno caratterizzato la sua campagna elettorale. Oggi si tratta di capire se, come è prevedibile, continuerà su questa strada ed anche cosa accadrà alle conquiste ed ai diritti civili e sociali della società statunitense. Tutto ciò premesso, bisogna però stigmatizzare quei settori della sinistra europea che, in nome della difesa dei diritti civili e contro le esternazioni razziste e sessiste del candidato Trump, hanno fatto l’endorsment per Hillary Clinton, magari giustificandosi dietro alla retorica del “meno peggio”. Non hanno capito che la posta in gioco non era la scelta tra una male assoluto repubblicano ed un “meno peggio” democratico, ma che in queste elezioni si sono confrontate due risposte diverse alla crisi dell’egemonia americana e del sistema capitalistico mondiale.
  3. Le diverse risposte a questa crisi emergono dall’analisi della politica estera dei due candidati alla presidenza, espressione delle due principali frazioni del partito della borghesia statunitense. Trump e Clinton sono stati i frontman elettorali di due fazioni dell’élite americana che aveva due visioni opposte di fuoriuscita dalla crisi: il primo incarna una linea “isolazionista” e di “perdita egemonica controllata” da parte degli Usa, la seconda il tentativo di riaffermazione sul piano politico-militare del dominio Usa sul mondo, con un profilo più apertamente imperialista e guerrafondaio. Per queste ragioni, se sul piano interno la vittoria di Trump rappresenta un arretramento delle speranze di emancipazione di alcuni settori e minoranze della società statunitense, è sul piano internazionale che si capisce come una vittoria della Clinton avrebbe comportato un pericolo serio ed imminente agli equilibri internazionali ed alla prospettive della pace nel mondo.
  4. Hillary Clinton, che è stata Segretaria di Stato (Ministro degli Esteri) durante il primo mandato presidenziale di Obama, incarna una linea non molto diversa da quella dei neocon che hanno governato gli Usa nell’era di Bush jr, ossia l’uscita dalla crisi attraverso l’allargamento della sfera d’influenza degli Usa nel mondo, anche con l’utilizzo di armi, attacchi speculativi e rivoluzioni colorate. È consona a questa strategia la logica del mantenere un perenne stato di caos in alcune aree del mondo, per spingere la fuga di capitali ed investimenti da attrarre nei mercati americani. In sintesi, la linea della Clinton è la versione hard della politica di Obama: trattati transoceanici di libero commercio per isolare la Cina ed imbrigliare l’Ue in una “Nato economica”; sviluppo del confronto militare con il blocco antagonista ed in particolare rinfocolare l’escalation nei confronti della Federazione Russa (esacerbando l’allargamento ad Est della Nato, la guerra in Ucraina e la guerra in Siria); sviluppo di un soft power aggressivo, alimentando una “nuova guerra fredda” contro la Cina (verso cui si è agito con la politica del Pivot to Asia, con i dazi commerciali, la rivoluzione colorata di Hong Kong ed una guerra culturale, emblematicamente rappresentata dalla chiusura di alcuni Istituti Confucio nei campus universitari americani) e contro la Russia, il cui Presidente viene sistematicamente demonizzato sui network del sistema mediatico statunitense, fonte di ispirazione per quello italiano.
  5. La visione di Trump (che però deve fare i conti con un Congresso a trazione repubblicana dove vivono spinte diverse dal suo “isolazionismo”) si impernia sullo sviluppo degli asset reali dell’economia (piuttosto che sulla finanza) e sullo sviluppo infrastrutturale a cui si accompagna una politica di rottura dei trattati internazionali, tanto del Ttip e Tpp, quanto un disimpegno anche dal Nafta. Rispetto agli equilibri internazionali, Trump sembra raccogliere il testimone del pensiero di Luttwak (ma anche dell’ex direttore della Cia Woolsey e, seppure non si sia esposto pubblicamente sulla contesa elettorale, dello stesso Kissinger) di una linea di “trattativa”, a partire con la Russia. La tesi di fondo, espressa da Luttwak in diversi suoi libri è nota: l’intera sovrastruttura delle istituzioni occidentali e mondiali che gli Stati Uniti hanno progettato a propria immagine e somiglianza e per questo finanziato nel corso di tutti questi anni, è sempre meno utile agli scopi americani. Se dopo il crollo dell’Urss si è registrato in punto di massima influenza degli Usa sulla scena mondiale, oggi è fisiologica una riduzione dell’influenza, che gli Usa devono accettare, trattando una condizione di egemonia ed uno status di potenza con gli altri soggetti in campo. Non è l’accettazione del declino, ma la riscrittura di nuovi accordi imposti dalla fine dell’equilibrio tra potenze (Usa-Urss) che neanche le guerre di Bush ed Obama hanno preservato. E questo, sempre secondo il politologo rumeno-statunitense, serve per impedire la nascita di una coalizione globale anti Usa imperniata attorno a Russia e Cina, che accelererebbe il declino americano. Trump incarna questa visione del mondo. Infatti nel suo discorso della vittoria ha dichiarato: ”lavoreremo per gli interessi degli americani, ma andremo d’accordo con tutti senza ostilità”. Per cui questa vittoria non è il trionfo della linea pacifista, ma almeno una sconfitta per le componenti più aggressive e guerrafondaie che avevano nella candidata democratica la propria paladina.

Se Trump e Clinton rappresentano il meglio che la politica e l’establishment americano sono in grado di offrirci, dovremmo riflettere a lungo sulla cultura dominante in questo paese. E spetta all’emergere ed al rafforzamento della lotta di classe negli Usa e nei paesi a capitalismo sviluppato, così come alla nascita di una convergenza tra paesi che si emancipano dall’imperialismo, popoli che lottano per affermare i propri diritti e lo sviluppo del movimento contro la guerra, di isolare il principale pericolo per la pace mondiale e sconfiggere le sue politiche imperialiste.

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La caduta dell’Urss e le sfide della transizione socialista

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DA:     http://www.marx21.it/index.php/internazionale/cina/27349-la-caduta-dellurss-e-le-sfide-della-transizione-socialista

di Andrea Catone

Intervento al Forum “La Via Cinese e il contesto internazionale”, Roma. 15 ottobre 2016

Uno dei temi del VII Forum del socialismo mondiale, organizzato a Pechino dalla CASS, riguarda – anche in vista del prossimo centenario della rivoluzione d’Ottobre – è l’analisi delle cause della dissoluzione dell’Urss.

Da alcuni anni questa questione è studiata in Cina con particolare attenzione alle lezioni che si possono trarre per il ruolo dirigente del partito comunista cinese. L’amara esperienza sovietica dimostra che il potere socialista conquistato con la rivoluzione può essere rovesciato anche dopo molti decenni, e anche quando le vecchie classi sfruttatrici sono state eliminate. Per di più, non è stato rovesciato dall’intervento militare diretto delle potenze imperialiste, ma è caduto dall’interno. Un generale russo disse: abbiamo perso la guerra fredda senza sparare un colpo.

Nel 2011, a 20 anni dalla fine dell’Urss, organizzati dalla CASS, si sono tenuti importanti convegni su questo tema di studiosi cinesi e russi, i cui atti sono stati pubblicati anche in russo (e che come edizioni MarxVentuno pubblicheremo nel 2017).

Tra le diverse e articolate analisi, la tesi che appare prevalente si può riassumere così:

La fine dell’Urss è dovuta al concatenarsi e confluire di molteplici fattori:

– accentuata pressione dell’imperialismo Usa-Nato, che costringe l’Urss a investire grandi risorse nella corsa agli armamenti;
– azione sovversiva del soft power dell’Occidente;
– rallentamento nella crescita economica e nell’applicazione di nuove tecnologie;
– strozzature nella distribuzione dei beni di consumo e nel meccanismo della pianificazione;
– acuirsi del separatismo nazionalistico antisovietico e antirusso.

Ma il fattore politico-ideologico è stato determinante. Come prova a contrario, a Cuba, che ha certo una base economica più debole di quella sovietica e subisce la fortissima pressione dell’imperialismo USA, il partito comunista si mantiene al potere.

Si pone però la questione: È corretto sostenere dal punto di vista dell’analisi marxista che nella controrivoluzione in Urss e nei paesi socialisti europei il fattore principale è stato politico-ideologico? Non si attribuisce così un peso eccessivo alla sovrastruttura invece che alla struttura?

Bisogna qui fare una precisazione sulla rivoluzione socialista.

Il socialismo non si instaura per decreto nello spazio di una notte, ma richiede un lungo e complesso processo di transizione, che può impegnare diverse generazioni, in cui lottano vecchio e nuovo e si costruisce la nuova società. Ciò richiede anche la formazione di una nuova cultura e una nuova civiltà, la formazione di un nuovo tipo umano, istruito ed educato alla gestione collettiva dei mezzi di produzione e alla direzione dello stato (Lenin diceva: nel socialismo anche la cuoca deve poter dirigere lo stato). In Europa occorsero diversi secoli perché si passasse dalla società feudale alla società borghese. Non si può pensare che la transizione dalla società borghese alla società socialista possa realizzarsi in un breve lasso di tempo, all’indomani della conquista del potere politico.

Quando analizziamo i processi interni ad una società di transizione dal capitalismo al socialismo, non possiamo trasporre meccanicamente nell’analisi la stessa impostazione del rapporto struttura/sovrastruttura che vediamo operare nella transizione dal feudalesimo al capitalismo. Vi sono alcune differenze fondamentali tra le due transizioni:

La classe borghese europea nasce nella società feudale e si afferma nel corso di un lungo processo come classe economicamente dirigente, dinamica, aggressiva. La rivoluzione borghese “classica” (Inghilterra 1640, Francia 1789) deve adeguare la sovrastruttura politica – che era lo stato assolutistico – ai nuovi rapporti di produzione borghesi.

Il proletariato, invece, non è assolutamente e non potrà mai essere nella società borghese la classe economicamente egemone, tantomeno nei paesi capitalisticamente arretrati o semicoloniali come erano la Russia e la Cina dei primi anni del ventesimo secolo. Solo con la conquista del potere politico il proletariato avvia la lunga transizione al socialismo. La conquista del potere politico è una premessa, un presupposto perché si avvii la trasformazione socialista, è l’inizio e non la conclusione del percorso.

La proprietà sociale richiede un governo e una regolamentazione politica della stessa, richiede istituti politici che la governino e la rendano effettivamente sociale nella direzione e gestione collettiva. Lo stesso vale per la pianificazione, che sottrae la produzione all’anarchia e spontaneità e la regolamenta in funzione della soddisfazione dei bisogni crescenti della società.

Se la transizione al socialismo può realizzarsi solo attraverso il controllo e la direzione dello stato da parte del proletariato (diversamente dalla transizione borghese, che maturò economicamente all’interno dello stato feudale-assolutistico), ciò implica che la direzione e l’organizzazione politica, la sua qualità, correttezza, accortezza, sapienza, assumono un ruolo fondamentale nella transizione dal capitalismo al socialismo. Dalla direzione politica dipende il destino della transizione al socialismo, del suo progredire e consolidarsi, oppure arrestarsi o rovesciarsi in una società dominata da rapporti capitalistici.

L’amara esperienza delle controrivoluzioni del 1989-91 dimostra che la vittoria della rivoluzione non è irreversibile e che anche un potere che sembra stabile e consolidato può essere facilmente rovesciato.

Le rivoluzioni proletarie del XX secolo si sono svolte in un contesto mondiale in cui l’imperialismo è rimasto dominante e continua ad essere aggressivo ed estremamente pericoloso. Nelle società di transizione al socialismo si svolge la lotta di classe, che coinvolge forze interne e internazionali. Le classi sfruttatrici scacciate dal potere e rovesciate, anche se numericamente ridotte o addirittura eliminate all’interno del paese dove la rivoluzione ha vinto, hanno il sostegno dell’imperialismo internazionale. Ciò non va mai dimenticato. (Del resto, anche la classica rivoluzione francese del 1789 conobbe chiaramente questo fenomeno: l’aristocrazia assolutistica di tutta Europa intervenne apertamente contro la rivoluzione).

La lotta di classe internazionale e interna si svolge su diversi terreni: mentre l’intervento militare esterno è immediatamente riconoscibile (negli anni ’50 o ’60 contro la Corea o il Vietnam, ad esempio) il ricorso al soft power lo è meno, è mascherato ed è più insidioso. Si vedano le rivoluzioni colorate.

Poiché la lotta per il socialismo non è un percorso spontaneo, naturale, ma richiede un’organizzazione cosciente, la lotta di classe sul terreno ideologico assume un’importanza fondamentale. Per questo i grandi maestri marxisti, da Marx ed Engels a Lenin, da Gramsci a Mao, hanno condotto una lotta incessante contro il revisionismo, contro la deviazione empiristica, contro il dogmatismo. Per questo Gramsci dedicò enormi energie alla battaglia sul terreno delle ideologie e della cultura e si pose con chiarezza l’obiettivo di dotare il proletariato di una propria visione del mondo autonoma dall’ideologia borghese.

Ed è qui la responsabilità storica dei dirigenti comunisti.

Stalin diceva che, una volta individuata la linea, i quadri decidono tutto. Il partito comunista non può basarsi su quadri che siano solo esecutori di direttive dall’alto. La disciplina è necessaria, come in ogni esercito in guerra, ma è necessaria al contempo piena consapevolezza e capacità di elaborazione autonoma, di comprendere correttamente il movimento della società, soprattutto perché la transizione implica una continua trasformazione sociale.

La vitalità o la sclerosi di un partito comunista – soprattutto quando è al potere – dipendono dalla partecipazione attiva e consapevole dei suoi quadri e di tutti i militanti. Il che significa che occorre dedicare energie e lavoro alla formazione culturale e ideologica. I comunisti non possono permettersi l’ignoranza. Nella lotta epocale intrapresa contro l’imperialismo e per creare l’ordine nuovo socialista hanno bisogno di tutta l’intelligenza, responsabilità, coraggio, spirito del collettivo.

Nella transizione al socialismo, soprattutto se essa si attua in paesi come Russia e Cina, che devono compiere contemporaneamente il passaggio dall’arretratezza alla modernità e sviluppare le forze produttive, la direzione culturale e ideologica è essenziale. Se, per sviluppare le forze produttive e uscire dall’arretratezza, è necessario importare sistemi e metodi industriali dell’Occidente capitalistico, bisogna evitare, però, di importare o scimmiottare acriticamente i modelli culturali occidentali: qui la lotta ideologica, il ricorso alle armi critiche del marxismo è fondamentale. È necessario che i lavoratori, le masse popolari si dotino di una propria autonoma visione del mondo innestando i valori socialisti sulla propria storia e cultura nazionale. Ciò è particolarmente importante per la formazione delle nuove generazioni, che non hanno vissuto i tempi eroici della lotta rivoluzionaria o quelli della prima fase di costruzione di un’economia socialista.

Costruire insomma un’autonoma cultura e civiltà per la transizione al socialismo, capace di innestare la critica marxista nella storia peculiare del proprio paese, rigettando il falso universalismo dell’ideologia neoliberista, è una delle sfide più importanti per la leadership cinese.

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Affermare la sovranità popolare di fronte all’offensiva del capitale. Intervista a Samir Amin

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Interessante intervista tratta da:  http://www.marx21.it/index.php/internazionale/mondo-multipolare/27338-affermare-la-sovranita-popolare-di-fronte-alloffensiva-del-capitale-intervista-a-samir-amin

Traduzione di Massimo Marcori per Marx21.it

Le analisi che vertono sulla crisi che scuote – in modo strutturale – l’attuale sistema capitalistico si rivelano essere di una sterilità miserevole. Bugie mediatiche, politiche economiche antipopolari, ondate di privatizzazioni, guerre economiche e “umanitarie”, flussi migratori. Il cocktail è esplosivo, la disinformazione totale. Le classi dominanti si fregano le mani di fronte ad una situazione che permette loro di conservare ed affermare il proprio predominio. Proviamo a capirci qualcosa. Perché la crisi? Qual è la sua natura? Quali sono attualmente e quali dovrebbero essere le risposte dei popoli, delle organizzazioni e dei movimenti preoccupati per un mondo di pace e di giustizia sociale? Intervista con Samir Amin, economista egiziano e pensatore delle relazioni di dominazione neocoloniale, presidente del Forum mondiale delle alternative.

Raffaele Morgantini: da molti decenni i vostri scritti e analisi ci consegnano elementi per decifrare il sistema capitalistico, le relazioni di dominazione Nord – Sud e le risposte dei movimenti di resistenza dei paesi del Sud. Oggi, siamo entrati in una nuova fase della crisi sistemica capitalistica. Qual è la natura di questa nuova crisi?

Samir Amin: La crisi attuale non è una crisi finanziaria del capitalismo ma una crisi di sistema. Non è una crisi in “U”. Nelle crisi ordinarie del capitalismo (le crisi in “U”) le stesse logiche che portano alla crisi, dopo un periodo di parziali ristrutturazioni, permettono la ripresa. Sono le crisi normali del capitalismo. Invece la crisi in corso dagli anni 1970 è una crisi in “L”: la logica che ha portato alla crisi non consente la ripresa. Questo ci invita a porre la seguente domanda (che è d’altronde il titolo di un mio libro): uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?

La crisi in “L” segnala l’esaurimento storico del sistema. Ciò non significa che il regime stia lentamente e tranquillamente morendo. Al contrario, il capitalismo senile diviene cattivo e tenta di sopravvivere raddoppiando la violenza. Per i popoli la crisi sistemica del capitalismo è insostenibile, poiché essa trascina la crescente diseguaglianza nella ripartizione dei proventi e delle ricchezze all’interno delle società, e si accompagna da un lato ad una profonda stagnazione e dall’altro ad un aggravamento della polarizzazione mondiale. Benché la difesa della crescita economica non sia il nostro obiettivo, occorre sapere che la sopravvivenza del capitalismo è impossibile senza crescita. Le ineguaglianze accompagnate dalla stagnazione diventano insostenibili.

L’ineguaglianza è sopportabile quando vi è crescita e tutti ne beneficiano, anche se in modo ineguale. In tal caso la disuguaglianza non comporta miseria. Invece, la disuguaglianza nella stagnazione necessariamente si accompagna alla miseria, e questo diviene socialmente inaccettabile. Perché siamo giunti a questo? La mia tesi è che siamo entrati in una nuova fase del capitalismo monopolista, che considero quella dei “monopoli generalizzati”, caratterizzata dalla riduzione di tutte le attività economiche a stato di fatto di subappalto a esclusivo beneficio dell’incremento della rendita dei monopoli.

Come valutate le risposte attuali alla crisi da parte dei paesi e dei diversi movimenti?

Prima di tutto, vorrei ricordare che tutti i discorsi degli economisti convenzionali e le proposte che essi avanzano per uscire dalla crisi, non hanno alcun valore scientifico. Il sistema non uscirà da questa crisi. Esso vivrà, o tenterà di sopravvivere, a costo di crescenti distruzioni, nella crisi permanente. Le risposte a questa crisi sono fino ad ora, per poco che si possa dire, limitate, dubbie e inefficaci nei paesi del Nord.

Ma vi sono risposte più o meno positive nel Sud che si esprimono con ciò che si chiama “l’emergenza”. La domanda da porsi allora è: emergenza di che? Emergenza di nuovi mercati in questo sistema in crisi controllato dai monopoli della triade (degli imperialismi tradizionali, della triade Stati Uniti, Europa occidentale, Giappone) o emergenza delle società? Il solo caso di emergenza positiva in tal senso è quello della Cina che tenta di associare il suo progetto di emergenza nazionale e sociale al perseguimento della sua integrazione nella mondializzazione, senza rinunciare ad esercitare il controllo sulle condizioni di quest’ultima. E’ la ragione per cui la Cina è probabilmente il potenziale maggior avversario della triade imperialista. Ma ci sono anche i semi-emergenti, cioè quelli cui piacerebbe esserlo ma che non lo sono fino in fondo, come l’India o il Brasile (anche ai tempi di Lula e di Dilma). Paesi che non hanno cambiato per nulla la struttura della loro integrazione nel sistema mondiale, rimanendo confinati al rango di esportatori di materie prime e di prodotti per l’agricoltura capitalista. Questi paesi sono “emergenti”, nel senso che essi a volte registrano tassi di crescita non trascurabili accompagnati da una crescita più rapida delle classi medie. Qui, l’emergenza è quella dei mercati, non delle società. E poi, ci sono gli altri paesi del Sud, i più fragili, e soprattutto i paesi africani, arabi, musulmani e, qua e là, altri in America Latina e in Asia. Un Sud sottomesso a un doppio saccheggio: quello delle loro risorse naturali a vantaggio dei monopoli della Triade, e quello delle incursioni finanziarie per rubare i risparmi nazionali. Il caso argentino è a questo riguardo emblematico. Le risposte in questi paesi sono spesso sfortunatamente  “pre-moderne” e non “post-moderne” come vengono presentate: immaginario ritorno al passato, proposta dagli islamisti o da confraternite evangeliche cristiane in Africa e in America Latina. O ancora risposte pseudo-etniche che insistono sull’autenticità etnica di pseudo-comunità. Risposte che sono manipolabili e spesso efficacemente manipolate, benché dispongano di reali basi sociali locali (non sono gli Stati Uniti che hanno inventato l’islam o le etnie).

Peraltro, il problema è serio, perché questi movimenti dispongono di grandi mezzi (finanziari, mediatici, politici, ecc.) messi a loro disposizione dalle potenze capitalistiche dominanti e i loro amici locali.

Quali risposte si potrebbero immaginare da parte dei movimenti della sinistra radicale alle sfide poste da questo capitalismo pericolosamente moribondo?

Una delle tentazioni, che intendo subito scartare, è che di fronte ad una crisi del capitalismo globale, la risposta ricercata debba essere egualmente globale. Tentazione molto pericolosa perché essa ispira strategie condannate alla sicura sconfitta: “la rivoluzione mondiale” o la trasformazione del sistema mondiale dall’alto, tramite decisione collettiva di tutti gli stati. I cambiamenti nella storia non si sono mai fatti in questo modo. Sono sempre partiti da quelle nazioni che costituiscono gli anelli deboli nel sistema globale: progressi differenti da un paese all’altro, da una fase all’altra.

La decostruzione si impone prima della ricostruzione. Questo vale ad esempio per l’Europa: decostruzione del sistema europeo se si vuole ricostruirne un altro, su altre basi. Occorre uscire dall’illusione della possibilità di “riforme” condotte con successo all’interno di un modello che è stato costruito in cemento armato per non essere cosa diversa da ciò che è. La stessa cosa per quanto riguarda la mondializzazione neoliberale. La decostruzione, che si chiama qui disconnessione, non è certo un rimedio magico e assoluto, che implicherebbe l’autarchia e la migrazione fuori dal pianeta. La disconnessione chiama al rovesciamento dei termini dell’equazione: invece di accettare di adeguarsi unilateralmente alle esigenze della mondializzazione, si tenta di costringere la mondializzazione ad adeguarsi alle esigenze dello sviluppo locale. Ma attenzione, in questo senso, la disconnessione non è mai perfetta. Il successo sarà glorioso solo se si realizzeranno alcune delle nostre maggiori rivendicazioni. E questo pone una domanda fondamentale: quella della sovranità. E’ un concetto fondamentale del quale dobbiamo riappropriarci.

Di quale sovranità parlate? Credete nella possibilità di costruire una sovranità popolare e progressista, in opposizione alla sovranità concepita dalle élites capitaliste e nazionaliste?

La sovranità di chi? Ecco la questione. Siamo stati abituati dalla storia a conoscere ciò che è stata chiamata sovranità nazionale, quella messa in opera dalle borghesie dei paesi capitalisti, dalle classi dirigenti per legittimare il loro sfruttamento, prima dei loro lavoratori, ma anche al fine di rafforzare la propria posizione nella competizione con gli altri nazionalismi imperialisti. E’ il nazionalismo borghese. I paesi della triade imperialista non hanno mai conosciuto fino ad oggi un nazionalismo diverso da questo. Per contro, nelle periferie abbiamo conosciuto altri nazionalismi, che procedono con la volontà di affermare una sovranità antimperialista, operante contro la logica della mondializzazione imperialista attuale.

La confusione tra questi due concetti di “nazionalismo” è molto forte in Europa. Perché? Ebbene, per ragioni storiche evidenti. I nazionalismi imperialisti sono stati all’origine delle due guerre mondiali, fonte di distruzioni senza precedenti. Si comprende così che questi nazionalismi siano percepiti come nauseabondi. Dopo la guerra, la costruzione europea ha lasciato credere che essa avrebbe permesso il superamento di questo tipo di rivalità, con la messa in campo di un potere sovranazionale europeo, democratico e progressista. I popoli hanno creduto a questo, cosa che spiega la popolarità del progetto europeo che regge sempre a discapito di tutte le sue devastazioni. Ad esempio come in Grecia, dove gli elettori si sono pronunciati contro l’austerità, ma allo stesso tempo hanno mantenuto la loro illusione di un’altra Europa possibile.

Noi parliamo di un’altra sovranità. Una sovranità popolare, in opposizione alla sovranità nazionalista borghese delle classi dirigenti. Una sovranità concepita come il veicolo di una liberazione, che fa arretrare la mondializzazione imperialista contemporanea. Un nazionalismo antimperialista dunque, che non ha nulla a che vedere con il discorso demagogico di un nazionalismo locale che accetterebbe di iscrivere le prospettive del paese in questione nella mondializzazione in atto, che considera il vicino più debole come suo nemico.

Come si costruisce dunque un progetto di sovranità popolare?

Questo dibattito è stato affrontato in diverse riprese. Un dibattito difficile e complesso tenuto conto della varietà delle situazioni concrete. Con buoni risultati, credo, soprattutto nelle discussioni organizzate in Cina, in Russia, in America Latina (Venezuela, Bolivia, Ecuador, Brasile). Altri dibattiti sono stati ancora più difficili, soprattutto quelli organizzati nei paesi più fragili.

La sovranità popolare non è facile da immaginare, perché attraversata da contraddizioni. La sovranità popolare si dà l’obiettivo di trasferire il massimo dei poteri reali alle classi popolari. Questi si colgono ai livelli locali, e possono entrare in conflitto con la necessità di una strategia a livello statale Perché parlare dello stato? Perché, lo si voglia o meno, continueremo a vivere per molto tempo con gli stati. E lo stato rimane il luogo principale delle decisioni rilevanti. Qui è situato il fondo del dibattito. Ad un’estremità del ventaglio nel dibattito, abbiamo i libertari che dicono che lo stato è il nemico che occorre ad ogni costo combattere e che occorre dunque agire al di fuori della sua sfera d’influenza; all’altro polo abbiamo le esperienze nazionali popolari, soprattutto quelle della prima ondata del risveglio dei paesi del Sud, con i nazionalismi antimperialisti di Nasser, Lumumba, Modibo, ecc. Questi leader hanno esercitato un’autentica tutela sui loro popoli, e hanno ritenuto che il cambiamento non può venire che dall’alto. Queste due correnti devono dialogare, comprendersi al fine di costruire strategie popolari che consentano autentici progressi.

Cosa si può imparare da coloro che hanno potuto andare più lontano? Come in Cina o in America Latina? Quali sono i margini che tali esperienze hanno saputo mettere a profitto? Quali sono le forze sociali che sono o che potrebbero essere favorevoli a queste strategie? Attraverso quali strumenti politici possiamo sperare di mobilitare le loro capacità? Ecco le domande fondamentali che noi, i movimenti sociali, i movimenti della sinistra radicale, i militanti antimperialisti e anticapitalisti, dobbiamo porci e alle quali dobbiamo rispondere al fine di costruire la nostra sovranità, popolare, progressista e internazionalista.

 

 

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Report. La “Via Cinese” e il contesto internazionale

 

I CONTRIBUTI:

Aspetti delle relazioni economiche Cina-UE

di Vladimiro Giacché

Cina da sabbia informe a potenza globale

di Diego Angelo Bertozzi

 

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DA: >>>> http://www.marx21.it/index.php/internazionale/cina/27288-report-la-via-cinese-e-il-contesto-internazionale

Report a cura di Andrea Catone

Parte I

Dopo Parigi e Barcellona si è tenuto sabato 15 ottobre a Roma, il convegno su “La via cinese e il contesto internazionale”, titolo italiano per il “III Forum europeo” promosso dall’Accademia del marxismo presso l’Accademia cinese di Scienze sociali (CASS nell’acronimo inglese), incentrato su “Cinque concetti di sviluppo – innovazione, armonizzazione, equilibrio ecologico, apertura e condivisione – e la Via Cinese”.

Il convegno è stato co-organizzato in Italia dall’associazione “Marx XXI” e dalle Edizioni MarxVentuno. Ha registrato un notevole successo di partecipazione con una sala (150 posti a sedere) gremita di persone interessate e attente: studentesse e studenti, giovani ricercatori di scienze politiche e di storia, politica e cultura cinese, intellettuali marxisti e militanti comunisti (tra cui la compagna Rossana Platone, che – con le sue traduzioni dal russo delle opere di Lenin – ha dato a più di una generazione la possibilità di formarsi su testi fondamentali del marxismo), attivisti dei movimenti antimperialisti e contro la guerra, studiosi di geopolitica…

Il successo di partecipazione attiva, certo non scontato per chi conosce la situazione di Roma e per la concomitanza di diverse altre iniziative politico-culturali, premia il lavoro certosino, svolto con poverissimi mezzi, dei compagni italiani che da alcuni mesi si sono impegnati alla preparazione del convegno, in collegamento con i compagni cinesi, in particolare con la compagna Kaixuan, che, come negli scorsi anni, è stata un tramite prezioso con la direttrice Lv Weizhou e il presidente Deng Chundong.

Ma tale successo è indubbiamente dovuto all’impostazione che al convegno italiano hanno inteso dare gli organizzatori dell’associazione Marx XXI e della casa editrice della rivista “MarxVentuno” (Andrea Catone, direttore di MarxVentuno e Francesco Maringiò, pubblicista, consulente per l’internazionalizzazione e studioso del partito comunista cinese, i quali, già dal I forum del 2014, sono i principali organizzatori;Domenico Losurdo, presidente dell’associazione “Marx XXI”; Diego Angelo Bertozzi, autore del recentissimo Cina da ‘sabbia informe’ a potenza globale, Fausto Sorini, del direttivo di Marx XXI ed esponente del comitato “No guerra No Nato”; Mauro Gemma, direttore del sito http://www.marx21.it; Vladimiro Giacché, vicepresidente di “Marx XXI” e presidente del “Centro Europa Ricerche”; Demostenes Floros, collaboratore della rivista di geopolitica Limes; Marco Pondrelli, studioso di politica internazionale; con gli utili suggerimenti di Manlio Dinucci, autore de L’arte della guerra ed esponente del comitato “No guerra No Nato”).

Tra i diversi e interessanti temi proposti dall’Accademia di marxismo cinese per questo III Forum europeo,abbiamo infatti scelto di dedicare una parte significativa del convegno al tema dei rapporti internazionali e del ruolo che la RPC assume in essi, nella lotta per la pace, per un nuovo ordine mondiale basato sul multilateralismo, il rispetto della sovranità nazionale, la non ingerenza negli affari interni, la cooperazione con reciproco vantaggio, contro la rapina imperialistica e il neocolonialismo.

È un tema particolarmente attuale. In una situazione già molto grave di “guerra mondiale a pezzetti”, come la definisce papa Francesco, si aggiunge la decisione del governo italiano di inviare in Lettonia, ai confini della Russia, un contingente militare nell’ambito di una missione NATO: un ulteriore passo nella politica di provocazione e pressione verso la Russia, colpevole di non piegarsi ai diktat della Nato e di svolgere una politica estera indipendente (cfr. in proposito il quaderno speciale di MarxVentuno, n. 1-2/2016 su “Imperialismo e guerre nel XXI secolo).

Come ha chiarito sinteticamente ed efficacemente Manlio Dinucci: «Usa e Nato hanno fatto esplodere la crisi ucraina e, accusando la Russia di “destabilizzare la sicurezza europea”, hanno trascinato l’Europa in una nuova guerra fredda, voluta soprattutto da Washington (a spese delle economie europee danneggiate dalle sanzioni e controsanzioni) per spezzare i rapporti economici e politici Russia-Ue dannosi per gli interessi statunitensi. Nella stessa strategia rientra il crescente spostamento di forze militari Usa nella regione Asia/Pacifico in funzione anticinese».

Avere piena consapevolezza della posta in gioco, dei rischi gravissimi per l’umanità cui porta la politica di Usa e Nato pone anche il grande tema della costruzione di un ampio fronte di lotta per la pace, contro l’unipolarismo Usa. In funzione di ciò, abbiamo lavorato per estendere la partecipazione al convegno a quanti, contro il mainstream imposto dai grandi media “embedded”, svolgono un prezioso lavoro di corretta informazione sulle questioni internazionali, come fa Giulietto Chiesa attraverso Pandora TV. Il quale, nel suo intervento, ha sottolineato le potenzialità per il futuro dell’umanità di un’alleanza strategica tra la Russia – il più esteso paese al mondo, con le maggiori riserve energetiche, con un potenziale militare nucleare in grado di fronteggiare gli Usa – e la Cina popolare, il più popoloso paese al mondo, con uno straordinario potenziale economico, capace di contrastare l’egemonia del dollaro e di creare alternative concrete alle istituzioni finanziarie da esso dominate. È un potenziale fondamentale per fermare le attuali tendenze guerrafondaie e distruttive che fanno capo agli USA e all’Occidente e disegnare un altro futuro per l’umanità.

Abbiamo altresì coinvolto in questo Forum esponenti di forze politiche che hanno manifestato una posizione critica nei confronti dell’imperialismo USA e della NATO e che si pongono su un terreno di dialogo costruttivo con la RPC nella comune ottica di un mondo non unipolare. Particolarmente interessante è risultata in proposito la relazione di Manlio Di Stefano, deputato del M5S, una forza politica che ha ottenuto nelle ultime elezioni un quarto dei consensi. «Crediamo sia giunto il momento – egli ha detto – di muoverci anche in Europa nella direzione intrapresa dalla Cina e dai Brics per la costruzione di un sistema internazionale che rispetti, al contrario del sistema di “sicurezza occidentale” dagli anni ‘90 in poi, i principi fondanti il diritto internazionale: il rispetto della sovranità territoriale e popolare, l’autodeterminazione dei popoli, la non ingerenza negli affari interni degli altri Stati, il multilateralismo economico». L’unipolarismo americano “che ha prodotto solo guerre, distruzione e caos” può essere arginato con la cooperazione tra i paesi BRICS. Un ruolo fondamentale può svolgere il «progetto cinese enunciato dal presidente Xi Jinping “One belt one road”, il più grande progetto di infrastrutture pubbliche della storia moderna per migliorare i rapporti economici e politici con l’Asia Centrale, il Medio Oriente e l’Europa per costruire potenti infrastrutture che collegano Europa meridionale e Asia».

Un quadro complessivo della situazione mondiale oggi è stato altresì fornito dalla articolata relazione diFausto Sorini, che ha alle spalle una lunga frequentazione con le commissioni esteri dei principali partiti e movimenti comunisti nel mondo. Qui egli ha aggiornato una puntuale analisi, pubblicata sulle pagine diMarxVentuno e nel sito (La situazione politica mondiale nel 2016. Alcune chiavi di lettura). E conclude il suo intervento: “Anche la minaccia e l’utilizzo dell’Isis, che non esisterebbe senza la copertura di una parte dell’establishment Usa, serve non solo per colpire i Paesi su cui gli Usa e i loro alleati vogliono mettere le mani (Siria, Libia, Egitto, Algeria..), ma serve anche – si pensi agli attentati terroristici di Parigi o in altre città europee – per spaventare l’opinione pubblica del continente, e in nome della ‘guerra al terrorismo’ indurla a ricercare negli Usa e nella Nato gli unici, credibili protettori della propria ‘sicurezza’. L’Isis serve anche a ricattare – con una strategia della tensione di portata mondiale – le classi dirigenti di quei Paesi europei che fossero tentate di fare passi avanti sul terreno della cooperazione euro-asiatica, a scapito del legame transatlantico e della subalternità agli Usa. Nei Paesi dell’Unione europea si gioca dunque una partita importante dell’equilibro mondiale: se alcuni di essi si emancipassero dalla gabbia di Euro-America (la NATO), l’oltranzismo Usa ne riceverebbe un duro colpo. E ne uscirebbe rafforzata una prospettiva di cooperazione pacifica e multipolare”.

Il breve ma intenso saluto al convegno di Alfredo Viloria, rappresentante dell’ambasciata della Repubblica bolivariana del Venezuela, si riallaccia alle tematiche dell’aggressione dell’imperialismo USA in America Latina e al suo tentativo di colpire i BRICS, col rovesciamento del governo di Dilma Rousseff e l’assedio economico, politico, culturale nei confronti del Venezuela chavista, che è stato, insieme con Cuba, il perno del cambiamento progressista nel subcontinente americano. È di particolare importanza che tenga il fronte di resistenza venezuelano e si ampli la solidarietà attiva dei movimenti politici e dei popoli impegnati nella lotta di emancipazione.

muralla650Un saluto al convegno, esprimendo condivisione con la linea del PCC, è stato portato dal segretario del PCI Mauro Alboresi, mentre Giuseppe Angiuli, a nome di “Risorgimento socialista”, ha salutato il convegno, dichiarandosi in sintonia con la visione dei BRICS quale contraltare all’unipolarismo Usa-Nato.

La Ue e i rapporti Cina-Ue

La Ue e i rapporti Cina-Ue sono stati particolareggiatamente esaminati nel convegno. Zhang Xinping, vice presidente della Scuola di Marxismo dell’Università di Lanzhou, ha esordito sul tema delle «Nuove relazioni tra Cina e Ue», divenute sempre più ampie, strategiche e stabili negli ultimi 40 anni, da quando la Cina ha stabilito nel 1975 relazioni diplomatiche con la CE, predecessore della UE. Il modo in cui si sviluppa il rapporto Cina-Ue può significativamente influenzare la tendenza delle relazioni internazionali. Nel 2014 il presidente Xi nel suo viaggio in Europa è arrivato a un accordo con i leader della UE sulla “costruzione di quattro ponti: pace, sviluppo, riforma e progresso della civiltà, sì che il partenariato strategico globale Cina-UE assumerà ancor più rilevanza mondiale”. Il riconoscimento e il mutuo rispetto della storia e civiltà dei due soggetti, dell’autonoma via di sviluppo scelta da ciascuno, della sovranità nazionale, è alla base della strategia cinese di collaborazione e partnership con la Ue. Le opportunità di sviluppo sono notevoli e la positiva accoglienza alla proposta cinese di una nuova “via della seta”, One Belt One Road lo conferma. Zhang ritiene che la nuova modalità di relazioni tra Cina e Ue, basata sul dialogo e il partenariato di contro alla contrapposizione, può incontrare gli interessi a lungo termine dei due soggetti, trovando un terreno di intesa reciproco, mantenendo le differenze.

Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca anche la relazione di Silvia Menegazzi, che svolge un progetto di ricerca sui rapporti Cina-Ue all’Università LUISS “Guido Carli” di Roma ed è collaboratrice della testata onlineCinaforum. Ella ha posto la questione di una possibile partnership globale tra Cina ed Unione Europea, che giocano un ruolo strategico nel contesto delle relazioni internazionali. Entrambi gli attori sono il risultato di un cambiamento (post-egemonico) del sistema internazionale in precedenza a guida esclusivamente statunitense. Nel 2015 l’UE e la Cina hanno celebrato i 40 anni di relazioni diplomatiche; tuttavia, più volte le due parti hanno riscontrato divergenze su molti dei temi concernenti la governance globale, dalla questione dei diritti umani alle controversie nel WTO fino a questioni quali sovranità e dispute territoriali. Nonostante l’aumentata istituzionalizzazione di incontri ufficiali di alto livello (tre i pilastri: il dialogo politico, il dialogo economico e settoriale e dialogo culturale people-to-people) stabiliti tra le due parti, governo Cinese e istituzioni europee sono consapevoli della necessità di dover compiere ancora un passo importante: l’evoluzione della partnership strategica da meramente economica a sempre più politica. Da un punto di vista squisitamente economico, la Cina resta infatti il primo partner commerciale della UE (mentre l’UE è il secondo partner commerciale della Cina, secondo solo agli Stati Uniti). La partnership economica è sempre più importante, e le relazioni commerciali sempre più interdipendenti. Tuttavia, esiste la necessità di creare una conoscenza condivisa tra le due parti su alcune questioni concernenti la sicurezza internazionale, con la consapevolezza che sfide globali necessitano soluzioni globali.

La relazione del professor Zhang non elude la questione delle divergenze ideologiche e politiche: come paese socialista, la Cina sottolinea sempre l’indipendenza, il rispetto reciproco, la difesa della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale, mentre la UE, “unione politico-economica dei paesi capitalisti”, insiste sui “diritti umani” e la “democrazia occidentale” (quella stessa nel cui nome sono state bombardate Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia…). Tale “divergenza ideologica” – continua Zhang – “ostacola l’ulteriore approfondimento delle relazioni Cina-UE”. Le quali si imbattono in un’ulteriore difficoltà che deriva dalla struttura stessa della Ue, i cui processi decisionali, soprattutto in campo diplomatico e politico, sono notevolmente più lenti di quelli della RPC, che è uno stato unitario. Ma è soprattutto un altro fattore che può minare le relazioni Cina-Ue: l’intervento di “potenze esterne”, che, “considerando i propri interessi geopolitici e geo-economici potrebbero ostacolare l’ulteriore sviluppo delle relazioni Cina-UE”.

Ed è proprio sul ruolo delle “potenze esterne” che esordisce la relazione di Manlio Dinucci, sul “ruolo di USA e NATO nel rapporto della Ue con la Cina”: Non si può parlare di relazioni tra Unione europea e Cina indipendentemente dall’influenza che gli Stati uniti esercitano sull’Unione europea, direttamente e tramite la Nato. Oggi 22 dei 28 paesi della Ue (21 su 27 dopo l’uscita della Gran Bretagna dalla UE), con oltre il 90% della popolazione dell’Unione, fanno parte della Nato, riconosciuta dalla Ue quale «fondamento della difesa collettiva». E la Nato è sotto comando Usa: il Comandante supremo alleato in Europa viene sempre nominato dal Presidente degli Stati uniti d’America e sono in mano agli Usa tutti gli altri comandi chiave. La politica estera e militare dell’Unione europea è quindi fondamentalmente subordinata alla strategia statunitense, su cui convergono le maggiori potenze europee. Per mantenere la loro supremazia, sempre più vacillante, gli Stati uniti usano non solo la forza delle armi, ma altre armi spesso più efficaci di quelle propriamente dette. Tra esse, i cosiddetti «accordi di libero scambio», come il «Partenariato transatlantico su commercio e investimenti» (TTIP) tra Usa e Ue e il «Partenariato Trans-Pacifico» (TPP), il cui scopo non è solo economico ma geopolitico e geostrategico. Per questo Hillary Clinton definisce il partenariato Usa-Ue «maggiore scopo strategico della nostra alleanza transatlantica», prospettando una «Nato economica» che integri quella politica e militare. Il progetto è chiaro: formare un blocco politico, economico e militare Usa-Ue, sempre sotto comando statunitense, che si contrapponga all’area eurasiatica in ascesa, basata sulla cooperazione tra Cina e Russia, che si contrapponga ai Brics, all’Iran e a qualunque altro paese si sottragga al dominio dell’Occidente.

Sul versante dell’analisi marxista dei rapporti economici (che sono sempre rapporti sociali) tra Cina e Ue si colloca la relazione di Vladimiro Giacché, che esordisce “smontando” la Ue: “l’Unione Europea non è un’unione politica. Non solo: anche considerata da un punto di vista economico, non è un’entità monolitica, ma un aggregato con forti differenziazioni interne: economiche e conseguentemente di interessi. Queste differenze, paradossalmente, si sono accentuate a causa dell’integrazione monetaria, che ha comportato una sempre maggiore divergenza economica (e quindi divaricazione di interessi) tra i paesi che ne fanno parte. Inoltre, la stessa integrazione europea è un’integrazione a cerchi concentrici (area dell’euro e paesi membri dell’Ue che hanno mantenuto le monete nazionali), cosa che ovviamente determina asimmetrie nelle relazioni commerciali con l’esterno. Ma l’aspetto cruciale è un altro ancora: le dinamiche interne dell’Unione sono scarsamente leggibili in termini di prospettiva. Se ancora qualche anno fa la prospettiva di una sempre più stretta integrazione era considerata un destino, un futuro inevitabile, oggi essa è messa sempre più in dubbio: la Brexit ne rappresenta la prova (e forse segna un punto di non ritorno)”. Nella Ue è oggi in atto un confronto tra Stati e una guerra tra capitali. In questo contesto, lo Stato più forte, la Germania, avvolge i propri interessi nella bandiera europea. Oggi la Germania è in grado di controllare e dirigere i processi attraverso le istituzioni dell’Unione Europea e si oppone perciò a relazioni bilaterali della Cina con singoli paesi della Ue, cosa che invece, secondo Giacché, è nell’interesse della Cina, che dovrebbe rafforzare le relazioni bilaterali con i diversi Stati della UE, evitando un asse privilegiato con il più forte di essi, la Germania. Al contrario, saranno vantaggiose tutte le iniziative economiche che giovino al riequilibrio economico all’interno dell’Eurozona (in particolare Investimenti Diretti Esteri e partenariati con gli Stati oggi più deboli). E lo saranno nei diversi scenari possibili: da un lato esse offrono il migliore contributo oggi possibile alla stabilità dell’Eurozona (ossia al ristabilimento di un equilibrio di forze al suo interno), dall’altro consentono alla Cina di porsi nella posizione migliore per affrontare le conseguenze di una possibile rottura dell’area monetaria dell’euro.

E a queste conclusioni che pongono come strategicamente utili rapporti bilaterali tra RPC e paesi della Ue, si ricollega l’intervento di Pasquale Cicalese, focalizzato sulle relazioni economiche tra Cina e Italia. Egli sottolinea come durante la crisi del debito del 2011, contrariamente ai partner europei, le cui banche vendevano massicciamente titoli di stato italiani, la Cina interveniva per calmare la tempesta finanziaria che stava colpendo l’Italia. Il suo intervento fu finalizzato a stabilizzare i corsi dei titoli di stato italiani e a ridurre lo spread con i Bund tedeschi. Il Governatore della People’s Bank of China, la banca centrale cinese, Zhu Xiaochuan, il 22 gennaio 2015, in occasione del Forum di Davos, dichiarò: “deteniamo asset italiani, tra azioni e titoli di stato, pari a 100 miliardi di euro e continueremo a comprare”. Si presume che la Cina detenga non meno di 130 miliardi di euro di titoli di stato italiani, quasi il 27% del debito pubblico italiano detenuto da operatori finanziari esteri. La People’s Bank of China detiene poi partecipazioni minoritarie in primarie banche italiane e in importanti gruppi industriali come Telecom, Fiat, Saipem, Eni, Enel, Generali e Prysmian. Dunque, da una parte la Cina si presenta come scudo finanziario per l’Italia, dall’altra offre ad essa la possibilità di fuoriuscire dalle secche della depressione economica. Saprà la classe dirigente italiana cogliere questa opportunità?

Nei loro interventi Dinucci, Chiesa, Sorini, tutti e tre esponenti del comitato No guerra No Nato (che tiene la sua assemblea nazionale sabato 22 ottobre a Firenze) hanno messo in luce un aspetto della politica imperialista, accentuatosi e perfezionatosi nel tempo: la penetrazione nei paesi bersaglio per disgregarli dall’interno, facendo leva, tra le altre cose, sui problemi delle nazionalità, soffiando sul separatismo etnico. Sono riusciti così a disgregare l’Unione Sovietica, la Repubblica federativa jugoslava, ci hanno provato, senza successo però, con la RPC, con il separatismo tibetano (quante ong e quante campagne mediatiche a sostegno del reazionario Dalai Lama!) e quello uiguro dello Xinquiang (su cui si è soffermato anche l’intervento di Emiliano Alessandroni).

La relazione di Chen Yalian (ricercatore associato all’Accademia del Marxismo, e con una notevole esperienza di lavoro sui problemi etnici e una permanenza di alcuni anni in Tibet) sulla politica delle nazionalità del PCC dopo il 18° Congresso (2012) si inserisce quindi molto opportunamente in questo contesto e chiarisce quale sia la strada intrapresa dai comunisti cinesi per rafforzare – anche alla luce delle esperienze e delle lezioni tratte dalla dissoluzione dell’Urss – la coesione dello stato cinese e non prestare il fianco alle manovre disgregatrici dell’imperialismo. Xi Jinping ribadisce nella Conferenza sulle questioni etnico-nazionali del settembre 2014 la correttezza della forma di stato adottata nel 1949 con la nascita della Repubblica Popolare: diversamente dall’URSS e dalla Jugoslavia, la RPC è uno stato unitario che valorizza le minoranze nazionali attraverso la costituzione di regioni autonome (per cui, per intenderci, non è applicabile il principio do otdelenija, “fino alla separazione”, vigente per le repubbliche sovietiche o jugoslave). Il modello sovietico fu ritenuto già da Mao e poi da Deng non applicabile alla situazione concreta della Cina. La pratica ha dimostrato che l’autonomia regionale è in linea con le condizioni nazionali della Cina, mantiene l’unità nazionale e l’integrità territoriale, rafforza l’uguaglianza e promuove lo sviluppo delle aree etniche, migliorando la coesione della nazione cinese.

Il principio guida è l’uguaglianza di tutti i gruppi etnici, e perché questo non sia solo una vuota frase, la politica del governo cinese mira a superare le differenze nello sviluppo economico e culturale tra le diverse regioni. Nel Rapporto sullo sviluppo nazionale della Cina (2015) è detto che nel periodo 2006-2013, il PIL totale del paese ha avuto un incremento medio annuo del 10,08%; nelle regioni autonome è stato invece del 13,08%, superiore al tasso di crescita medio nazionale di 3 punti percentuali. Tuttavia, il divario è ancora grande rispetto alle aree sviluppate e il livello di sviluppo economico è ancora basso. Per questo, il PCC pone l’obiettivo di “procedere a passi da gigante” nello sviluppo delle minoranze nazionali. Ciò sarà favorito dalla costruzione della Zona economica della via della Seta, che includerà Shaanxi, Gansu, Ningxia, Qinghai, Xinjiang. Lo sviluppo deve procedere tanto sul piano materiale che su quello culturale. La politica culturale del governo cinese rispetto alle diverse nazionalità e gruppi etnici è volta a costruire una comune cultura della RPC, che ponga alla base i valori fondamentali del socialismo (sui quali cfr. anche la relazione di Sun Yequing) e che non si identifichi solo con quella Han, ma rappresenti le culture di tutte le etnie e nazionalità.

In qualche modo legato alle questioni internazionali è un altro importante gruppo tematico del convegno, dedicato ad una questione attualissima: come si configura il cyberspazio? Chi ne possiede effettivamente le chiavi? Chi lo governa? Si può stabilire una governante internazionale? È possibile difendere la sovranità nazionale nella rete?

Si tratta di un discorso strategico, che riguarda il futuro di tutti noi. I ricercatori cinesi e della CASS sono da tempo giustamente impegnati nello studio di questo e hanno presentato ben tre relazioni nel corso del convegno: Taxiyana, dell’Istituto degli Studi sulle Informazioni dell’Accademia delle Scienze Sociali Cinese, direttrice editoriale (La sovranità di rete e la nuova configurazione della governance internazionale)Yang Jinwei, dell’Accademia delle Scienze Sociali dello Shandong, direttore dell’ufficio di studi sulle politiche, ricercatore (Comunità di destino del Cyberspazio e governance internazionale di internet) e Liang Junlan, dell’Istituto degli Studi sulle Informazioni dell’Accademia delle Scienze Sociali Cinese, direttrice dell’ufficio di studi (Il percorso internazionale di difesa della sovranità di rete). Con essi ha interloquito la relazione diFrancesco Maringiò, consulente per l’internazionalizzazione, studioso di geopolitica della Cina: Internet e la rivoluzione tecnologica creeranno un nuovo capitalismo?

Torneremo in modo dettagliato nella seconda parte di questo report con le sintesi degli interventi su questo gruppo tematico, come faremo anche per l’altro gruppo di questioni legate più direttamente al tema della “via cinese”, del “socialismo con caratteristiche cinesi”, del “socialismo di mercato” e alle questioni culturali e ideologiche con esso tema strettamente connesse.

Ha avviato le danze l’intervento via skype (purtroppo interrottosi a metà: unico incidente tecnico di una giornata in cui – grazie ai tecnici, ma soprattutto alla bravura degli interpreti, Liu Hongbo e Qi Yule, che ringraziamo vivamente – ha funzionato perfettamente la traduzione simultanea) di Diego Angelo Bertozzi, pubblicista, storico, collaboratore della rivista MarxVentuno, che ha voluto conservare il titolo del suo recente importante libro (le cui copie presenti al convegno sono andate a ruba) Cina. Da “sabbia informe” a potenza globale. Li Jianguo, dell’Accademia del Marxismo presso la CASS, ricercatore associato ha dissertato sulle Origini delle influenze internazionali sul socialismo con caratteristiche cinesi, cui è seguita la relazione di Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno, coordinatore del programma del Forum sul tema Transizione al socialismo, nuova cultura, egemonia. Va sottolineato in proposito il ruolo che la grande elaborazione gramsciana sull’ideologia, la nuova cultura e l’egemonia degli scritti precarcerari e deiQuaderni del carcere può avere nella fase attuale di transizione che attraversa la RPC. Nel suo significativo saluto al convegno, il presidente della Fondazione Gramsci Silvio Pons ha voluto rimarcare che Antonio Gramsci è l’autore italiano del XX secolo maggiormente tradotto nel mondo; anche in Cina è in programma la pubblicazione integrale dei Quaderni, e ciò costituisce indubbiamente uno straordinario evento culturale. Le relazioni di Alexander Hoebel, storico, del Comitato scientifico di Marx XXI (Alcuni aspetti del rapporto tra rivoluzione cinese e comunismo italiano); Meng Chunli, Vice Presidente dell’Associazione delle Scienze Sociali di Pechino, Caporedattore (Nutrire i valori fondamentali socialisti con le culture tradizionali migliori cinesi); Emiliano Alessandroni, dottore di ricerca in Studi interculturali europei, Università di Urbino (L’Occidente arretrato e l’Oriente avanzato); Sun Yeqing, Scuola di Partito del Comitato Municipale di Shanghai («Identificare il punto focale per promuovere l’integrazione dei valori fondamentali socialisti nella vita sociale); Fosco Giannini, responsabile Esteri PCI, direttivo associazione Marx XXI (Nep sovietica e “Nep cinese”).

È stato su quest’ultimo importante gruppo tematico (in merito al quale si può leggere utilmente il volume appena uscito degli Atti del II Forum europeo del 2015 La “Via Cinese”. Realizzazioni, cause, problemi, soluzioni, che contiene la traduzione integrale di 13 relazioni di studiosi cinesi ed è stato presentato e donato in apertura di convegno al presidente dell’Accademia di marxismo Deng Chundong) che si è principalmente concentrato il dibattito pomeridiano, con interventi che hanno spaziato dalle modalità del percorso di transizione (con un intervento critico sul mantenimento del lavoro salariato) al rapporto proprietà statale/proprietà privata, fino al ruolo di Chu Enlai e al modo in cui se ne onora la memoria nella Cina d’oggi. Nel tracciare le conclusioni, i due presidenti, Deng Chundong e Domenico Losurdo, i quali avevano anche aperto i lavori al mattino con due intensi interventi, si sono concentrati, da un lato, nella risposta e chiarimenti su alcune questioni poste dal dibattito (Deng in particolare ha ribadito il ruolo dirigente e strategico del settore pubblico rispetto al privato, così come Losurdo aveva rimarcato che la borghesia nella Cina popolare rimane espropriata del potere politico); dall’altro, nel sintetizzare i grandi e complessi temi trattati nel forum, elogiando l’elevato livello critico e scientifico delle numerose e intense relazioni (valutazione – come abbiamo potuto constatare dai numerosi messaggi pervenutici – unanimemente condivisa da tutti i partecipanti al forum). Deng ha lanciato sin da ora la proposta di nuovi incontri in Italia. Un suggerimento che ci viene da alcuni e che condividiamo è che si potrebbe sviluppare un Forum itinerante tra le principali città italiane, coinvolgendo università e centri culturali, con un’approfondita relazione-lezione introduttiva di due-tre studiosi cinesi e un ampio e articolato dibattito.

Un ringraziamento particolare per la riuscita del convegno è doveroso rivolgere ai compagni Vladimiro Vaia, Dario Gemma, Mariella Cataldo che si sono impegnati nelle operazioni di accoglienza e registrazione dei partecipanti, facendo sì che i lavori potessero svolgersi nel modo più ordinato e proficuo, come è di fatti accaduto.

La seconda parte sarà pubblicata nei prossimi giorni. Sul sito verranno altresì pubblicate le relazioni definitive presentate al convegno. In attesa della traduzione e sistemazione redazionale delle relazioni degli studiosi cinesi, cominciamo con la pubblicazione dei testi degli studiosi italiani.

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L’INTERVENTO DI MAURO ALBORESI A CONCLUSIONE DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE COSTITUENTE DEL PCI: IL TESTO.

*pubblichiamo il testo dell’intervento conclusivo dell’Assemblea Costituente di Mauro Alboresi del 26 giugno 2016

250616_ Costituente comunista Arci San Lazzaro per rifondare il P.c.i partito comunista italiano Foto Nucci_Benvenuti - 250616_partito_comunista_arci_sanlazzaro - fotografo: BENVENUTI

Care compagne e cari compagni, innanzitutto grazie a tutte ed a tutti voi che avete reso possibile quest’ Assemblea Costituente Nazionale.

Abbiamo dato una grande prova di noi, dei comunisti, ed abbiamo avuto modo di cogliere questo anche nel fatto che gli organi di stampa e di informazione, che si sono  occupati molto di noi in questi giorni, non hanno avuto nessuno spazio per fare la caricatura della scelta politica che compiamo.

E’ un progetto, il nostro,  alla cui realizzazione siamo impegnati da tempo e che oggi  registra   un decisivo passaggio.

Ciò che abbiamo alle spalle è un lungo e difficile lavoro collettivo, evidenziato  dall’appello per la costituzione dell’Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista, dalle numerose iniziative dalla stessa promosse in tante parti del paese, dalle tante assemblee costituenti,  territoriali e regionali, che hanno preceduto quest’assise. Un lavoro importante, in crescendo,  che ha consentito a tante e tanti di partecipare, di confrontarsi, di essere  parte attiva nel processo e, conseguentemente,  di portare quota parte del merito della sua riuscita. Al lavoro collettivo dobbiamo proporci di ispirarci sempre, anche e soprattutto in questo processo di ricostruzione del partito comunista, non abbiamo bisogno di una figura salvifica, abbiamo bisogno di tutte e tutti noi, ed è questo è il segnale che dobbiamo dare.

Oggi, noi, con la messa in campo del Partito Comunista Italiano, determiniamo le condizioni per guardare avanti, per costruire un futuro grande come una storia, la nostra, come sintetizza lo slogan posto alla base di quest’ assemblea.

Siamo pienamente consapevoli che si tratta di una ripartenza, di un processo,  il cui esito è tutt’altro che scontato e, quindi,  non di un punto di arrivo. Restiamo convinti che ciò sia necessario, oltre che possibile. Abbiamo avuto modo di sottolinearlo a più riprese, la questione della ricostruzione, in Italia, del Partito Comunista, è quanto mai attuale perché è sottolineata da quello che  accade, dal perché accade, come evidenziato dalla relazione introduttiva, dai numerosi interventi  che si sono succeduti in queste tre giornate.

Dopo la caduta del muro, con tutto il suo carico simbolico, con il crollo dell’esperienza del cosiddetto socialismo reale, le cui ragioni abbiamo analizzato, anche attraverso il documento politico del quale si è discusso, si discute,  il capitalismo, propostosi come trionfante, ha imperversato per oltre un ventennio.

Pace, democrazia, sviluppo,  prosperità erano date per scontate. Una colossale bugia:  il prodotto di tale processo è sotto gli occhi di tutti.

Mi limito al riguardo ad alcune considerazioni, che danno anche il senso della linea che ci siamo dati e che tenacemente dobbiamo perseguire.

La prima attiene alla situazione internazionale, sempre più preoccupante, alla spinta imperialista, sempre più evidente.

L’espansionismo ad est della NATO, emblematica la vicenda dell’Ucraina, che ha rotto gli equilibri geopolitici europei e non solo, l’unilateralismo rivendicato e praticato dagli USA, l’esito, drammatico, delle destabilizzazioni mascherate da “primavera araba”, la  guerra all’Iraq, alla Libia, alla  Siria ( che dura da oltre quattro anni ed ha prodotto centinaia di migliaia di morti, oltre cinque milioni di sfollati)  dicono tanto. E tanto dice la creazione del califfato tra  Siria ed Iraq ad opera dell’ISIS, la spinta  dello stesso in Libia. Il terrorismo islamico è un dramma speculare all’imperialismo, “ l’ennesimo mostro sfuggito di mano”, per dirla con le parole di Hillary Clinton. Tanto dice l’irrisolta questione palestinese, quanto sta accadendo nello Yemen, quanto continua ad accadere in Afghanistan,  e l’elenco potrebbe continuare. Oltre vent’anni di conflitti, sempre più ampi, sanguinosi, lontani dal risolversi, ed il rischio di una guerra su larga scala è sempre più forte.

Del resto per il capitalismo, un sistema che per svilupparsi abbisogna di distruggere ciò che costruisce, “finché  c’è guerra  c’è speranza”, per dirla con il titolo di un film di successo. Non stupisca la scarsa o nulla risposta del movimento pacifista, su di esso continua a pesare quanto accaduto in passato, anche l’ambiguità espressa  in diverse occasioni  dalla stessa sinistra. Noi non abbiamo dubbi: no alla guerra, no alla NATO, una realtà che si connota sempre più come il braccio armato dell’imperialismo euro atlantico a guida americana, e che costa al  nostro paese oltre 85 milioni di euro al giorno. Così come sottolineiamo l’importanza dei cosiddetti BRICS ( Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) al fine di una dimensione multipolare di contro all’unilateralismo statunitense.

La seconda  considerazione concerne le conseguenze che tale processo ha avuto ed ha sull’assetto istituzionale, democratico, sociale generale, di tanti Paesi, dell’Europa, segnatamente dell’Italia.

Tutto ciò, infatti,  ha piegato e piega le istituzioni, ai diversi livelli, agli interessi di parte, i processi decisionali si sono spostati verso la finanza, i mercati, svuotando sovranità e democrazia di stati nazionali e di organizzazioni internazionali ( dov’è finita l’ONU nonostante il tanto che accade?). Sostituita da un simulacro è  progressivamente venuta meno la democrazia partecipata, tutto è delegato ad una cerchia sempre più ristretta, ad una persona, al  demiurgo di turno. Si è affermato il primato della governabilità, un ordinamento basato sul decisionismo, sul consenso plebiscitario.

Il libero mercato, la competitività, sono divenute le parole  d’ordine e ad esse tutto deve essere  subordinato.

Non è forse questo, ad esempio, il senso del TTIP, contro il quale ci battiamo,  in discussione tra USA ed UE in questi giorni, che ha come obbiettivo quello di armonizzare, cioè di rendere priva di contrasti, la normativa in materia di salute, di lavoro, di sicurezza, ecc? Nessuno, in buona fede, può affermare   che tale processo avverrebbe   allineando le diverse realtà al livello più garantista per il mondo del lavoro, per le masse popolari,  che non si tradurrebbe in ancora più libertà d’azione per i grandi monopoli. Il processo di Unione Europea non ha portato all’Europa unita dei lavoratori, dei popoli, bensì ad un’Europa preda della finanza,  i trattati sui quali essa si regge hanno creato una struttura sovra nazionale che consegna i poteri decisionali alla Commissione Europea, alla Banca Centrale Europea. Oggi, a fronte dell’esito del referendum tenutosi giovedì  scorso nel Regno Unito pro o contro l’Unione Europea, la questione del se e come cambiare quest’ Europa essenzialmente finanziaria, assai poco economica, per nulla sociale è centrale.

Ridiscutere, ridefinire i trattati europei è per tanti la questione dirimente, quella sulla quale si gioca il senso dell’appartenenza o meno alla stessa. Per molti ciò che serve è “più Europa”, un ruolo di governo reale in capo al Parlamento Europeo, un esercito europeo, e così via. Noi non consideriamo quest’Europa la nostra Europa,  la consideriamo irriformabile, e la recente esperienza della Grecia dice molto al riguardo. Siamo indisponibili ad un’ulteriore cessione di sovranità, lavoriamo per un’alternativa, e nel documento politico in discussione diciamo molto al riguardo.

Non possiamo essere noi a fare la guardia ad un bidone vuoto!

Non proponiamo una chiusura nazionalista, non siamo di destra, non crediamo che il motore della storia sia il rapporto, il conflitto tra Stati. Noi proponiamo una diversa visione della cooperazione economica e politica, ragioniamo di un piano “B”, di un’alternativa rispetto a questa dimensione euro-atlantica, ed in tale ottica affrontiamo la stessa questione dell’Euro, da tanti definita “ moneta senza Stato”. Facciamo ciò ricercando la massima unità d’azione, proponendoci di aggregare il massimo possibile delle forze a livello europeo.

Sotto l’attacco del capitalismo si è assistito anche alla devastante trasformazione della società italiana, nella sua struttura, nei suoi caratteri fondanti.

E’ precipitata la condizione materiale di tanta parte della popolazione, i diritti conquistati nei decenni precedenti, non casualmente, ma attraverso la lotta del movimento operaio, di un Partito Comunista Italiano motore di tale processo, sono stati messi in discussione, disattesi. La condizione del  lavoro è stata sacrificata sull’altare della centralità dell’impresa, la precarietà ne è divenuta il tratto distintivo, e la precarietà del lavoro è diventata  ben presto  precarietà del vivere quotidiano, condannando un’intera generazione all’assenza di futuro.

Altro che la classe operaia va in paradiso, essa è precipitata all’inferno!

Il cosiddetto “pacchetto Treu”, la cosiddetta “legge Biagi” ed  in ultimo, in ordine di tempo, non certamente per portata,  il cosiddetto”job act”,  rappresentano i passaggi decisivi di tale processo. Chi pensava a quest’ultimo come alla chiusura del cerchio si sbagliava. L’attacco alla contrattazione nazionale, suggerito, unitamente alla privatizzazione di ciò che resta di  pubblico, dal Fondo Monetario Internazionale all’Italia, e che ha già trovato  attenzione nel governo Renzi,  è all’ordine del giorno. La scelta di Federmeccanica, di Confindustria, di superare il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, il suo carattere unificante, solidale, il suo essere strumento di redistribuzione della ricchezza prodotta, del profitto ( emblematica la vicenda del settore metalmeccanico in lotta, al quale va tutta la nostra solidarietà) non è quindi casuale. Essa è funzionale a ripristinare  nel nostro Paese, così come è in tanti contesti,  quel rapporto duale, profondamente iniquo, tra lavoratore e datore di lavoro, meglio sarebbe dire padrone,  contro il quale si affermò lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, che in questi anni, altrettanto non casualmente,  è stato oggetto di un attacco tale da averne profondamente svuotato senso e portata. In relazione a ciò, in un rapporto di causa/effetto, potremmo parlarne a lungo, si evidenzia la stessa crisi di rappresentanza e di rappresentatività del sindacalismo italiano. La lotta della CGT, dei lavoratori francesi, ai quali va tutta la nostra solidarietà, contro le politiche del lavoro di Hollande, che copia Renzi, semplicemente perchè entrambi si dicono di sinistra ma sono intrisi di cultura liberista e fanno politiche di destra, di contro al poco o nulla a suo tempo messo in campo al riguardo dal sindacalismo italiano, dalla stessa CGIL (non ci sfugge il ruolo da “sola contro tutti” avuto dalla FIOM) dice molto. Così come molto dice, a proposito di quest’ultimo, l’atteggiamento avuto nei confronti della cosiddetta “riforma Fornero” della previdenza. Considero assurdo che la bandiera del no ad essa, anzichè dal sindacato e da gran parte della sinistra, sia stata impugnata dalla Lega Nord, che su di essa ha costruito le condizioni per rilanciarsi. E’ il passaggio dalla contrattazione alla concertazione, derubricata presto dai governi succedutisi alla guida del paese in mero  dialogo sociale, che occorre analizzare. La concertazione, infatti, per le caratteristiche che le sono proprie, finisce con l’assumere la neutralità delle questioni, dei problemi, e quindi l’obbligatorietà delle risposte, con il   rinunciare ad un punto di vista alternativo, alla sua affermazione, ad essere un sindacato di classe. Abbiamo bisogno di un sindacato che si propone di intervenire sulle cause che determinano i processi, non che si  limita a ridurne, ad ammortizzarne  gli effetti, in un processo senza fine, come dimostrano i tanti esempi possibili. Noi sosteniamo la campagna referendaria, le proposte messe in campo dalla CGIL in materia di lavoro, appoggiamo le lotte dei lavoratori, ci battiamo per unificare la classe lavoratrice, perchè i sindacati tornino ad essere quel soggetto che abbiamo conosciuto.

Per fare questo serve stare nel mondo del lavoro, nel sindacato, da  comunisti,  ed a ciò dovremo dedicare molta attenzione in prospettiva. Le politiche liberiste imperano, il Governo Renzi, che muove in assoluta continuità con quelli presieduti da Letta, Monti, Berlusconi che l’hanno preceduto, garantisce tali politiche perché è espressione, oggi, del blocco di potere dominante, ne è il garante.

E in Italia si pone sempre più una “questione democratica”.

La Costituzione è stata progressivamente sottoposta ad un duro attacco ( quanti possibili esempi al riguardo) e lo è ancora. Le riforme,  meglio sarebbe dire  controriforme, affermatesi e/o  prospettate, lo evidenziano. Per restare a questi ultimi anni si pensi alle Province, che esistono ancora,  sotto forma di enti di secondo grado, ma i rappresentanti  delle stesse non sono più eletti dai cittadini, così come non lo sono i sindaci delle Città Metropolitane. Si pensi, soprattutto,  al Senato, oggetto della cosiddetta “riforma Boschi”, al rapporto tra questa e la nuova legge elettorale, il cosiddetto ”Italicum”,  che decorrerà dal prossimo primo luglio. Con essa, il Senato, pur ridotto nel numero dei suoi esponenti, con funzioni del tutto discutibili, per tanti del tutto inutili, rimane, ma  ai cittadini è tolta la possibilità di eleggere chi ne deve fare parte. Che la  Ministro Boschi citi a sostegno della propria riforma le posizioni di Togliatti e di  Berlinguer a favore del superamento del bicameralismo non solo è falso, è vergognoso, perché quanto prospettato dalla stessa non è tale, e soprattutto perché  a ciò si accompagnava un sistema elettorale proporzionale puro, l’idea di un Parlamento che evidenziava l’articolazione della società italiana, il conflitto in essa presente, e che  attraverso le sue dinamiche determinava di volta in volta gli equilibri. Il cosiddetto “ Italicum” è invece una pessima legge elettorale, peggio della cosiddetta “ legge truffa” di antica memoria, poiché quella, almeno, assegnava il premio di maggioranza al soggetto politico  che aveva conseguito  il 50% più uno dei voti, mentre questa,  attraverso il meccanismo del doppio turno proposto, finisce con il consegnare  il 55% dei seggi ad una forza politica attestatasi sul 25% dei voti, una forza in grado di definire anche gli organi di garanzia. Occorre avere consapevolezza del fatto che Renzi ha portato a compimento il processo involutivo conseguente allo scioglimento del PCI  e prospetta il “ partito della nazione”.

Il  Partito Democratico non è di sinistra, dichiara di sinistra politiche che in realtà sono di destra.

Siamo di fronte ad un processo irreversibile, e la cosiddetta “sinistra interna del PD” dovrebbe trarne le conseguenze, anziché dibattersi inutilmente, stucchevolmente ( sentire Bersani che afferma, dopo avere approvato provvedimenti come il  job act, come la riforma del Senato, che non consentirà una determinata riforma delle  banche di credito cooperativo, francamente fa cadere le braccia). Noi dobbiamo parlare a tanta parte della base del PD, non a tutta, ai  tanti che in essa si considerano di sinistra, addirittura comunisti ( nonostante il dichiararsi tali senza fare parte di un partito comunista sia  una sorta di contraddizione in termini), non al PD in quanto partito, perché esso è un nostro avversario politico.

Noi siamo alternativi al Partito Democratico!

La terza considerazione è relativa al perché tutto ciò è potuto accadere.

La risposta sta nel fatto che il capitalismo, in tutti questi anni, ha potuto muovere senza un reale contrasto, senza una reale alternativa in campo. Tutto ciò che è accaduto ed accade, in particolare in Europa ed in Italia, evidenzia la globale sconfitta della sinistra. La crisi della stessa, nelle sue diverse articolazioni, è da tempo un dato oggettivo. Lo svuotamento progressivo della sinistra socialista, socialdemocratica, anche e soprattutto nelle sue evoluzioni , si pensi a Blair ieri, ad Hollande oggi, è emblematico. Essa è stata sempre più permeata da un punto di vista “altro”, ed attraverso ciò il liberismo, inteso come estremizzazione della logica capitalista, ha finito con il fare premio.   Non è casuale che tutti i provvedimenti assunti a livello europeo abbiano avuto il voto favorevole dei gruppi parlamentari europei liberale, popolare, socialista. La crisi della sinistra riformista, che ha in gran parte assunto la logica delle compatibilità, delle riforme condivise, della neutralità dei problemi, e quindi dell’obbligatorietà delle scelte ( emblematico l’approdo ai cosiddetti “governi tecnici”, alle grandi coalizioni, etc.) è insieme causa/effetto dell’affermarsi di questo capitalismo. Un sistema che registra la sua affermazione più importante, più ancora che nelle profonde trasformazioni strutturali e  nel primato dell’economia e della finanza sulla politica, nel senso comune, di massa, circa la vita, improntato al pensiero unico, a quel pensiero unico.

La cosiddetta “ sinistra radicale” è risultata in tanta parte poco capace di misurarsi con il nuovo, di rappresentarlo, di darvi respiro (chi ricorda più Tsipras?). La crisi dei partiti comunisti ha investito tutti i paesi del vecchio continente e si è imposta anch’essa all’attenzione generale, e su di essa, anche con il documento politico posto alla base di questa assemblea, abbiamo detto, diciamo molto. Se questo, schematicamente,  è ciò che è accaduto ed  accade, se quelle sottolineate sono le ragioni alla base di ciò, ecco perchè oggi, che il capitalismo è in crisi ( una crisi strutturale, di sistema,  manifestatasi nel 2008 e le cui ragioni sono note), non è in campo una alternativa forte, credibile, sentita come tale e, quindi, la politica che ne è all’origine non cambia, anzi, la crisi è usata a tal fine, l’obbiettivo resta quello di farne pagare il prezzo ai ceti popolari, in tanta parte del mondo, in Europa ( emblematico, ancora una volta, il caso della Grecia), in Italia.

Cosa fare è la questione.

La risposta a tale crisi, possibile, oltre che necessaria,  non può essere  cercata dentro le compatibilità impostesi. La questione del più o meno rigore, del più o meno flessibilità, nelle politiche europee, degli stati membri, è poco più che uno stucchevole balletto. Essa va ricercata fuori da esse, prospettando una reale alternativa. Questa è la sfida: dare una prospettiva alla pressante richiesta di cambiamento in atto, che la drammaticità della crisi amplifica. Noi non ci arrendiamo,  dalla crisi si deve, si può uscire da sinistra, nonostante tanto di quello che accade, in Europa ed in Italia, evidenzi  la tendenza di una uscita a destra dalla stessa (la riproposizione dei nazionalismi, l’aumento della xenofobia, la ripresa del razzismo, la costruzione di muri e barriere sono di ciò emblematici). Per ritornare ad essere percepiti come utili alla vita delle persone, per ricostruirsi, occorre riassumere la materialità dei problemi, la centralità del lavoro, riconnettersi con esse, ridarvi speranza, futuro. La sconfitta con la quale facciamo i conti è una sconfitta politica e culturale assieme ed è  da lì che occorre ripartire. Essa è parte, in particolare nel nostro Paese, della crisi della politica nel suo insieme, causa/effetto della crisi etica e morale nella quale da molti anni  lo stesso è precipitato. Da tempo, nel comune sentire, la parola “politica” è divenuta una parola vuota, priva di senso, dalla quale rifuggire, nonostante alla “politica alta” di un tempo, capace di suscitare speranza, di indicare una strada, si debba tanto ( e qui ritorna il senso, profondo, dell’esperienza dei comunisti in Italia, del tanto che hanno saputo dare  attraverso la loro azione di governo dei Comuni, delle Regioni). Ciò è dipeso dal venire meno di tale funzione, dall’autoreferenzialità che le sue forme hanno via via assunto, dal fatto che la classe dirigente in tanta parte è divenuta ceto, è sempre più percepita come altro da sé: quel “sono tutti uguali” fa male,  ma è divenuta convinzione di tanti. Ciò che dicono le ultime elezioni amministrative è emblematico: il centrodestra, pur attraversato da molteplici contraddizioni ed in crisi di leadership, se si presenta unito è ancora competitivo;  il PD, sconfitto, registra la fine di quella “luna di miele” con l’elettorato riconducibile alle ultime elezioni europee; la sinistra, nelle sue diverse articolazioni, in diversi  casi è oltre la dimensione della mera testimonianza ma registra risultati molto al di sotto delle aspettative;  il M5S, nonostante i molti limiti e le contraddizioni che lo caratterizzano,  è il vincitore della tornata elettorale e per tanti rappresenta il soggetto in grado di rompere con la situazione data.

No, non sono, non siamo tutti uguali.

La distinzione tra destra e sinistra ha un senso, eccome, così come lo ha la distinzione tra l’essere di sinistra e l’essere comunisti, e noi siamo comunisti! Lo siamo  perché propugniamo un’alternativa di sistema, perché non ci accontentiamo di una pur importante alternativa di governo, perché siamo consapevoli che la sinistra, anche quella che si dice di alternativa, con poche eccezioni, si dichiara al più antiliberista, mentre noi siamo anche e soprattutto  anticapitalisti. Siamo consapevoli che il processo contro riformatore, reazionario in atto, si è potuto affermare nel tempo a fronte del venire meno di un forte e radicato partito comunista, in grado di mantenere intatta la capacità di analisi e di critica degli assetti capitalistici esistenti, di prospettare un’alternativa di sistema, ed al contempo di lavorare quotidianamente per la difesa delle classi subalterne, dando alle loro istanze la necessaria sponda politica ed istituzionale. Nella nostra realtà il conflitto è tutt’altro che assente, il problema  sta nel fatto che esso si esprime sovente in maniera spontanea, non organizzata , che non riesce a darsi uno sbocco politico adeguato. Proporsi di ricostruire il Partito Comunista, nel quadro ampio della sinistra di classe, di un fronte democratico contro la guerra, quindi, non è uno slogan, è una necessità. E’ una linea priva di un’alternativa credibile se si ha  l’obbiettivo della pace, dell’uguaglianza, del superamento delle varie forme di sfruttamento vigenti, se si vuole rimettere in campo una prospettiva, immaginare un futuro che non sia il progressivo precipitare della condizione dei più, che dopo questi lunghi anni all’insegna del mercato si ritrovano più poveri, insicuri, soli.

Noi non ci rassegniamo.

Ci proponiamo la costruzione di una forza politica comunista unificata, non chiusa nel settarismo, né protesa a rincorrere l’opportunismo delle mode correnti. Alla deriva elettoralistica abbiamo già dato, alle prossime scadenze elettorali vogliamo esserci innanzitutto con il nostro simbolo. Vogliamo essere una forza comunista capace di confrontarsi con la sinistra, con le forze sane del Paese, senza rinunciare alla propria sovranità sulle questioni di fondo, tesa a ricercare la massima sintesi unitaria possibile. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: siamo per  la massima unità a sinistra, ma propugniamo forme unitarie che non richiedono alle sue componenti la rinuncia all’autonomia politica ed organizzativa.

Si ad un soggetto unitario, no ad un soggetto unico!

La proposta che avanziamo è di dare vita ad un fronte unitario della sinistra, ed in relazione ad essa, nelle prossime settimane, ricercheremo il più ampio confronto possibile. Puntiamo a ricostruire un soggetto comunista al passo con i tempi  (non intendiamo “scimmiottare” il PCI che abbiamo conosciuto), che sappia fare tesoro della parte migliore della storia del movimento comunista italiano ed internazionale.

Per noi il motore della storia è e resta il conflitto tra capitale e lavoro.

Vogliamo  quindi un partito comunista consapevole della sua funzione: portare nello scontro sociale e nella dialettica politica una visione generale delle contraddizioni dello sviluppo capitalistico, rappresentare la prospettiva storica del socialismo e del comunismo quale risposta alla crisi di civiltà nella quale sta precipitando il capitalismo. Puntiamo ad un soggetto strutturato, capace di raccogliere organicamente le forze attorno ad un progetto politico ed organizzativo chiaro sul piano dell’identità,  dei riferimenti internazionali, degli interessi di classe che intende rappresentare, dei simboli, delle scelte strategiche, etc. Per fare ciò non serve dare spazio all’eclettismo e l’esperienza, pur importante, del  PRC lo evidenzia, in quanto la questione della rifondazione comunista, del cosa significhi essere comunisti nelle condizioni date, è ancora tutta lì, irrisolta. Serve una dimensione ideale ed ideologica strutturata, strettamente connessa con quella programmatica, ed anche relativamente ad essa diciamo molto, ad esempio attraverso la tesi 20 “proposte per un programma minimo” del documento politico in discussione.

Quanto contenuto in essa rappresenta il cosa dobbiamo fare da domani.

Possiamo riassumere con uno slogan questo programma minimo: più Stato, meno mercato!

Abbiamo chiara la necessità di rilanciare il ruolo dello Stato nell’economia e nella finanza. Ricordiamo quando Ciampi ci spiegava la necessità di privatizzare il sistema bancario italiano, oggi  abbiamo chiaro quali sono stati i risultati di tale politica ed anche su quel terreno vogliamo invertire la rotta. Dobbiamo sottolineare con forza, per riconnetterci con il mondo del lavoro, che la questione dei diritti del lavoro è la questione decisiva. Apprezziamo molto quando, anche a sinistra, si sottolinea questo o quel diritto sociale, per il quale noi stessi ci siamo battuti, ci battiamo, ma siamo convinti che se non si affermano i diritti del lavoro non c’è nessun diritto sociale che tiene. Con questo progetto noi, da domani, ci impegnamo su  alcune questioni  precise sul piano del’iniziativa politica, e su queste puntiamo ad avere, a guadagnarci,  l’attenzione  degli organi di stampa e di informazione, dell’opinione pubblica.

Noi siamo per una sanità pubblica, gratuita, di qualità, e diciamo no alla compartecipazione alla spesa da parte dell’utenza, no ai ticket!

Vogliamo riaffermare il diritto alla salute, lo stesso non può essere subordinato alle condizioni economiche dei singolo, la sanità deve essere pagata con la fiscalità generale. Noi diciamo che occorre  una scuola pubblica, gratuita, di qualità: non è una buona scuola quella che ci hanno proposto, tutt’altro! Noi vogliamo che la scuola, l’università, la cultura ritornino ad essere un diritto per tutti e non una questione per pochi, di censo. Tutti debbono potere aspirare ad essere parte della classe dirigente di domani, non possiamo consentire che l’attuale riproduca semplicemente se stessa.

Questa dimensione ideale, ideologica, programmatica, ci chiama ad un grosso sforzo relativamente a ciò che dobbiamo essere, a ciò che deve essere il Partito, la sua struttura.

Abbiamo sottolineato la necessità di fare leva sull’insieme, sul’apporto di tutte e di tutti, e  la sfida dell’intellettuale collettivo la dobbiamo raccogliere sino in fondo, a partire da noi. Serve mettere in campo un Partito Comunista sorretto dal  senso profondo del centralismo democratico, che non intendiamo, né dobbiamo intendere come  “qualcuno decide e gli altri eseguono”, perchè non è questo il centralismo democratico. Non consentirò mai che si decida a maggioranza all’interno degli organismi dirigenti per tacitare una posizione diversa. Pertanto lo sforzo di tutti, di tutte, deve essere quello di ricercare,  attraverso il confronto  più ampio e partecipato possibile,  una sintesi possibile, condivisibile che, questa sì, diviene vincolante per tutte, per tutti.

Questa deve essere la nostra bussola!

Siamo entrati in questo processo costituente provenendo da diverse esperienze, ed è stato normale, inevitabile, per una parte, continuare a parlare di noi e loro, perchè dovevamo trovare la  sintesi, l’amalgama tra esse. Con quest’assemblea abbiamo dimostrato di essere riusciti a farlo, e quindi, da oggi, dobbiamo parlare solo ed  unicamente di noi! Lavoriamo per un partito nel quale, assunti i “fondamentali “, gli avversari, i nemici, sono fuori, non tra le sue fila! Serve un partito che sappia fare leva sempre più sull’intelligenza  collettiva, capace di ridare protagonismo, di coinvolgere chi non si rassegna. Siamo costretti, oggi, ad essere un partito di quadri e di militanti, ma coltiviamo l’ambizione di potere esercitare presto un’ influenza di massa,  di divenire un partito di massa.

Ecco perché la costituente per la ricostruzione del  Partito Comunista. Noi non guardiamo indietro ma avanti, il nostro non è un punto di arrivo ma di ripartenza. Facciamo tale scelta perché sono i fatti che dimostrano, per dirla con uno slogan conosciuto, che “ non c’è lotta non c’è conquista senza un forte Partito Comunista”.

 

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Costituente P.C.I. Varese-Como: contributo del giovane compagno Michelangelo Condacuri

Michelangelo

Compagni in questo particolare contesto storico dove il capitale diventa sempre più aggressivo, sia a livello nazionale, con l’azzeramento dei diritti dei lavoratori, con un tentativo di modifica costituzionale, atto a snaturarne completamente i principi nati dalla resistenza, con una riforma dell’istruzione finalizzata principalmente a penalizzare ulteriormente la scuola pubblica già priva delle adeguate risorse economiche; che a livello internazionale, con il fiorire delle guerre imperialiste, è nostro preciso dovere fornire una risposta chiara, dobbiamo riconquistare la fiducia dei proletari, dobbiamo farci vedere presenti ed interessati ai bisogni delle fasce più povere della popolazione sia nelle strade, nei luoighi di lavoro, nelle case popolari, che sui social e sul cosiddetto mondo virtuale, dove il capitale o meglio le forze reazionarie alle sue dipendenze sono al momento incredibilmente forti e presenti. Abbiamo la possibilità di riunire tutti i compagni marxisti leninisti, dispersi dopo la tragedia della Bolognina, sotto un unico simbolo e per noi questo deve diventare un dovere morale, solo uniti e con un minuzioso lavoro atto a riconquistare la fiducia delle fasce deboli della popolazione, potremo tenere testa ad un nemico sempre più forte ed aggressivo. Concludo ribadendo quanto già espresso da alcuni compagni durante l’assemblea costituente comunista delle province di Varese e Como, che dobbiamo tornare al più presto un partito di massa, dobbiamo riottenere la rappresentanza parlamentare, memori dell’insegnamento di Lenin secondo il quale il parlamento deve essere uno strumento e non il fine.

Un saluto a pugno chiuso

Michelangelo Condarcuri!

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Costituente P.C.I. Varese-Como: dibattito e contributi di Cerardi e Cazzato

Relazione introduttiva  del segretario Provinciale del PCdI  di Varese  Cosimo Cerardi

CarardiCompagne e compagni,
questa sera siamo chiamati in Provincia di Varese a dare luogo all’assemblea congressuale costituente del PCI, che si concluderà con il congresso costituente nazionale che si terrà a Bologna il 24, 25, 26 di Giugno 2016.
Un congresso che concluderà quanto abbiamo prefigurato nell’”iniziativa Costituente” tenuta a Varese nel Novembre del 2015.
E’ stato tale passaggio per noi comunisti del PcdI, parte di Rifondazione Comunista e semplici iscritti alla Associazione per la ricostruzione del PCI, un periodo estremamente complicato, un periodo che ha messo a dura prova l’asseto organizzativo del nostro partito in provincia di Varese, soprattutto in conseguenza dello sforzo per le campagne elettorali nelle città della provincia di Varese dove si andava al voto per il rinnovo degli organismi comunali : Varese, Gallarate, Busto Arsizio.
Una tornata elettorale per le amministrative che ha denotato aspetti assai significativi; il primo, lasciatemelo passare quella del non più autosufficienza elettorale del PD. Il Pd, infatti, ne è uscito sconfitto a Varese e a BustoArsizo, a Gallarate si deve andare al ballottaggio, e l’esito mi pare già scritto nelle cose.
Appunto il Pd pensava di fare il botto e più che un botto è stato un tonfo e ciò non solo in provincia di Varese, in quasi tutto il nord e nel centro Italia il centrodestra non solo ha retto , ma si ulteriormente rafforzato, anche nella provincia di Varese il Pd davano le alleanze berlusconiane-leghiste al capolinea e così non è stato.
Il Renzismo non è riuscito , con le sue politiche di destra a togliere l’egemonia culturale prima e politica dopo di ciò che rappresenta il cemento ideologico del berlusconismo.
La scellerata linea dell’auto sufficienza del Pd unita a programmi neoliberisti hanno semplicemente rafforzato la destra e, al contempo ,non mandato al voto il popolo della sinistra,appunto il grosso del popolo dell’astensione, e dirottato, anche quello che ha votato, nelle mani della “Caseleggio associati”, cioè nel “partito delle 5 Stelle”.
A questo punto, noi comunisti del PcdI, insieme alla parte di Rifondazione Comunista che ha aderito alla Costiuente Comunista + i senza partito che hanno aderito all’”Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista Italiano”, abbiamo incominciato a ritenere che era diventato ormai inderogabile la messa in cantiere della costruzione di un soggetto politico che a sinistra deve incominciare a parlare alle lavoratrici ed ai lavoratori , a tutti i cittadini occupati e disoccupati, ai giovani ed ai pensionati, della necessità storica del comunismo, del bisogno di comunismo, del bisogno di un soggetto politico serio a sinistra e questo per il bene delle classi subalterne del nostro paese, di un soggetto politico che rimetta nell’agenda del nostro paese il tema della democrazia e dei diritti dei lavoratori tutti costituzionalmente sanciti.
Appunto , la necessità di porre all’ordine del giorno la ricostituzione, dei un partito autenticamente comunista in grado di fare i conti con quanto è accaduto ,a livello nazionale, europeo e mondiale, dopo il crollo del Muro di Berlino(1989) e soprattutto con la fine dell’Unione Sovietica (1992), la ricostituzione, quindi di un partito comunista che deve fare i conti con un “capitalismo vittorioso” su diversi fronti, con un capitalismo che però ha mostrato definitivamente il suo volto putrefatto carico di distruzione e depauperamento di milioni e milioni di persone immolate tutte “sull’altare del profitto dei pochi”.
Di un profitto che è anche pronto a distruggere l’ambiente , la natura, e, soprattutto che disponibile a scatenare guerre generalizzate su tutto il globo con il rischio di desertificare il paese( si ricorda quanto è successo recentemente a partire dall’ultima guerra balcanica, quella fatta dalla NATO contro la Serbia, a conduzione diretta statunitense, la prima guerra del Golfo, seconda guerra del golfo, Ucraina, Siria e in ultimo la Libia).
Chi ha deciso di non rassegnarsi a tale prospettiva, ha consapevolmente posto il ragionamento sul partito, su un partito che, ovviamente tenesse conto , a partire dal passato, in Italia del vecchio PCI, di tutto ciò che è successo ad occidente ed a oriente, a livello planetario, con il dispiegarsi del turbo capitalismo degli anni ’90, con il cosiddetto “post moderno” e soprattutto con l’attuale crisi economica mondiale, che dal 2008 sta divorando qualsiasi esito “ progressivo” del modo di produzione capitalistico, riproponendo così la estrema validità dell’analisi leniniana presente in” Imperialismo fase suprema del capitalismo”, con l’aggiunta di quanto lo stesso Engels sosteneva nell’Antiduring, quando si evidenziava cosa avrebbe potuto comportare la non risoluzione in termini socialisti dello scontro di classe, cioè il trascinare in una condizione di miseria estrema sia a livello materiale che culturale-ideale di tutta l’umanità, con la creazione di una condizione di “ barbarie” a livello mondiale.
Per ciò in noi comunisti, da tempo, è maturata l’idea della necessità che soltanto un modo diverso di produrre, attraverso il controllo sociale dei mezzi di produzione, di scambio, di informazioni, di uso sociale delle risorse necessarie all’umanità, della necessità del comunismo letto come “totale liberazione”, del comunismo come integrale sviluppo onnilaterale delle donne degli uomini si conferma oggi più che mai come un obiettivo storico ineludibile a fronte dell’annichilimento posto in essere dal “capitalismo assoluto” oppure dall’”incodizionato imperialismo” dell’intiera umanità.
Vi quindi la consapevolezza della complessità delle contraddizioni scatenate dall’attuale fase del capitalismo, dal gioco perverso che vi è nel suo interno, tra crisi economica sistemica e suo interno ristrutturarsi per presentarsi continuamente con un mostro che divorando tutto e tutti può continuamente plasticamente rigenerarsi, rigenerare il suo potere, la sua capacità di comando economico che adesso e diventata sussunzione totale della politica, che per esempio , in Italia ed in Europa, sta comportando anche la modifica della forma dello stato, vedi in questo senso, le stesso “riforme costituzionali” proposte dall’attuale capo del governo, dal pidino Renzi,.
Infatti,la strategia renzista delle sue cosiddette riforme procede di pari passo all’attacco ai diritti dei lavoratori, Jobs-act , e tutto ciò con un combinato disposto volto a ridurre la rappresentanza ( leggi elettorali parafasciste) e riduzione del ruolo del sindacato attraverso l’attacco al contratto nazionale nonché alla stessa rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro.
L’attuale governo del Pd è pronto a cantare il de profundis alla Repubblica e alla Carta Costituzionale nata dalla Resistenza, è pronto a rafforzare in senso neoautoritario il ruolo del governo rispetto al Parlamento, a ridurlo fino a farlo diventare una sorta di “camera di servizio e al servizio del premier”, premier concepito quasi come il signore-principe ,” dittatore”, che deve controllare in modo incontrastato il parlamento, quando per la Costituzione nata dalla Resistenza, il parlamento, il potere legislativo del parlamento comprendeva anche il potere di controllo sull’operato del governo.
A breve saremmo chiamati a rispondere a questo “ mostro politico” proposto dalle politica del Renzi, saremmo chiamati ad un ‘altra tornata elettorale, a quella dettata dai diversi referendum, compreso quello che comporterà la modifica della forma dello stato nel verso di una repubblica presidenziale, per questo l’importanza dell’attuale congresso nazionale, perché si vuole arrivare a questo appuntamento decisivo per le sorti della democrazia nel nostro paese avendo a disposizione uno “ strumento politico” decisivo per la lotta per la democrazia nel nostro paese , si vuole arrivare avendo costruito un soggetto politico comunista, con un “ moderno principe” per parafrasare la terminologia gramsciana dei Quaderni del Carcere in grado di riaprire le sorti della lotta classe nel paese e per poter ripristinare i termini della battaglia per il socialismo e del comunismo ancora una volta in “occidente” . Questo e non solo questo è presente nel nostro corposo documento congressuale, ed con questo augurio che salutando le donne e gli uomini comunisti presenti all’iniziativa auguro a tutti un buon inizio all’attività congressulae .
Compagne e compagni , molte battaglie sono state perse, ma la guerra non è ancora finita , viva il comunismo, viva la ricostituzione del Partito Comunista Italiano erede del pensiero di Marx, Lenin e di Antonio Gramsci , erede della lotta per la libertà del popolo italiano , erede della lotta Resistenziale .

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Contributo de compagno Andrea Cazzato di Como

Ri-costituente comunista: partiamo da zero!

cazzato Bentornato Partito Comunista Italiano! Nella serata del 10 giugno, a Varese le federazioni del capoluogo lombardo e della vicina Como hanno dato vita all’Assemblea Costituente del nuovo soggetto, che ha visto un’ottima partecipazione degli aderenti delle due province. Nei compagni che hanno dato il loro contributo durante la serata, ho notato una rinata voglia di mettersi in gioco. Fa piacere sapere che essere comunisti non è poi così vintage come ci vogliono far credere, o come ci vuol dipingere chi ci chiama “nostalgici” o “indegni che fanno una vile mossa di marketing”.

E’ chiaro che abbiamo da fare un gran lavoro, prima di tutto su di noi. Come molti compagni hanno sottolineato durante i loro interventi, è importantissimo per noi rilanciarci e rinnovarci dal punto di vista comunicativo. Inutile dire che anche per me questo è un problema molto serio da affrontare. Negli ultimi tempi un uso particolarmente spregiudicato di Facebook, ormai diventato una importante “piazza” per la comunicazione di un partito politico, e dei mezzi informatici ci ha fatto perdere credibilità, anche e soprattutto perché, questa strategia suicida di lavare i panni sporchi sui social network, ha coinvolto diversi dirigenti di primo piano del nostro partito. Questo, nel Partito Comunista Italiano, non deve più succedere. Il Compagno Bossi nel suo intervento ha giustamente ravvisato la necessità di creare un gruppo ad hoc che curi tutti gli aspetti della comunicazione. Ritengo necessario che anche il comportamento “social” di chi è dirigente del nostro partito (sia a livello locale che nazionale) debba essere in linea con un’immagine di partito serio e poco incline alle “smargiassate” da Facebook.

Andando oltre la questione comunicazione, le analisi fatte dal segretario Cerardi e dagli altri compagni di Varese e Como ci fanno ben sperare, quindi, in una ripresa dei comunisti in Italia, in quello che possiamo dire essere l’anno 0 di un rinascente movimento marxista. Una rinascita appunto che non deve lasciarsi alle spalle i gravissimi errori strategici del passato, e che deve quindi imparare da questi e non derubricarli a peccatucci veniali o errori congiunturali.

Ora la via intrapresa è quella giusta, quella di una ricostruzione di un Partito Comunista solido, in grado di poter contare qualcosa nell’ambito della sinistra e soprattutto che possa veramente influire nella società e nei diritti ormai quasi del tutto perduti delle classi più sfruttate.

 

 

 

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Italia 2016: la speculazione sulla fame

da: http://www.marx21.it/index.php/italia/economia/26510-italia-2016-la-speculazione-sulla-fame

Ecofin-banche

di Pasquale Cicalese per Marx21.it

«Vogliamo essere certi che il fondo abbia un fondamento stabile. Non siamo contrari, in linea di principio, ma è importante che si rispetti ogni passaggio per arrivarci. In primo luogo bisogna far convergere i diversi quadri legislativi dei Paesi, che influenzano enormemente sulla solvibilità di una banca e la solidità di un sistema bancario. Abbiamo bisogno di un diritto fallimentare unico. Inoltre dobbiamo rendere più solide le banche al livello nazionale, dunque adeguare il capitale delle banche alla presenza di bond sovrani».

Dombrert, Ecco le condizioni per il fondo europeo salva-risparmio. Intervista a Alfred Dombrert, Vice Presidente Bundesbank, Vice Presidente Vigilanza Bce, La Stampa 23 gennaio 2016.

“Di fondamentale rilievo la modifica al codice civile, nel quale, dopo l’art. 2929 è inserita la Sezione I-bis riguardante l’espropriazione di beni oggetto di vincoli d’indisponibilità o di alienazioni a titolo gratuito. In proposito, l’art. 2929-bis c.c. introduce una tutela rafforzata per il creditore in caso di pignoramento, grazie alla revocatoria semplificata. L’istituto introdotto dal d.l. in esame fa sì che il creditore ove si ritenga pregiudicato da una donazione, da un fondo patrimoniale, da un trust ovvero da un vincolo di destinazione in genere, possa iniziare l’esecuzione forzata indipendentemente dall’ottenimento di una sentenza dichiarativa d’inefficacia del trasferimento (cd. revocatoria)”.

www.altalex.com

“Ma non dimentichiamo gli interventi importanti già fatti dal Governo per accelerare il recupero del credito. Perché alla fine il salto di qualità è proprio questo. Il recupero svelto è la condizione necessaria per lo smaltimento dei credit non performing, un veicolo ad hoc in grado di fare incontrare domanda e offerta sarebbe la classica ciliegina sulla torta”.

Giù le mani dalle banche italiane, Intervista a Carlo Messina, Amministratore delegato Intesa SanPaolo, MilanoFinanza 23 gennaio 2016.

Di questi tempi ti accorgi che ci vorrebbe Sbancor. Lui, che dall’ufficio studi della fu Capitalia seguiva i movimenti di capitale e scriveva note sugli indici borsistici. Peccato, sarebbe stato di fondamentale utilità di questi tempi.

Perché non sappiamo come si stanno muovendo i capitali in Italia in questi mesi, ne sapremo di più a giugno quando la banca centrale italiana pubblicherà il Bollettino Economico con il conto finanziario delle partite correnti. Solo allora sapremo se e quanti capitali sono stati esportati all’estero.

Nel frattempo i media tacciono, qualche cosa trapela dalla Popolare Vicenza o da Mps, ma non di più.  Su diversi siti si parla di “bankrun”, di fuga dei depositanti, ma numeri non ce ne sono. Sappiamo solo qualcosa fino a settembre scorso: il Target2, che descrive i movimenti di capitali nell’eurozona, in Italia è passato da un passivo di 164 miliardi di gennaio ad un passivo di 236 miliardi di settembre. Un deflusso di 71  miliardi dall’Italia che ha preso la via della Germania contribuendo a peggiorare il saldo del  nostro paese con Francoforte. E non era ancora successo il bail in delle quattro popolari.

Per il resto tutto tace, non si sa niente. Dopo i crolli borsistici dei giorni scorsi a maggior ragione, meglio non parlarne.

Così come è meglio tacere del Decreto legge n. 83 del 27 giugno 2015, vale a dire la nuova legge fallimentare che ha profondamente riformato il Regio Decreto n. 267 del 1942 che confluì nel Codice Civile dello stesso anno e, soprattutto ha superato il Dlgs 5 del 2006 voluto da Berlusconi che dava enormi vantaggi ai debitori. Meglio non parlarne perché si creerebbe un panico e una rivolta sociale.

E’ che con la nuova legge la procedura fallimentare è stata notevolmente semplificata e ha tempi di esecuzione molto più corti della precedente. La procedura concorsuale, secondo notizie provenienti dal Tesoro italiano, la prossima settimana, con un decreto ad hoc passerà da 7 anni a 3,5. La nuova legge dà un potere enorme ai creditori; esiste, tra le altre cose, il Comitato dei Creditori, che ha un potere ab soluto, cioè sciolto da ogni vincolo giuridico, nei confronti del debitori.

Gli possono togliere tutto, al debitore rimarrebbe giusto per riuscire a mangiare durante la giornata, per il resto potrebbe essere spogliato, a differenza di prima, di quasi tutto. Il Codice Civile del 1942 dava forme di protezione giuridica al debitore: il legislatore, forte delle esperienze dei crolli del 1929 e della Legge Bancaria del 1936, si preoccupò di garantire ai debitori la difesa dei propri beni. Il Pd nel 2015 fa una legge che lo spoglia di quasi tutto e con tempi di esecuzione accelerati.

Perché è stata fatta questa legge? Ordine di Ue, Commissione Europea e Banca Centrale Europea, fortemente voluta dai settori finanziari e industriali italiani legati al capitale europeo. Essa era propedeutica al recupero dei crediti delle banche e di altri creditori. Occorreva una cornice giuridica che togliesse le difese legali al fallito di modo che i crediti rientrassero velocemente.

Da chi è costituita in Italia la platea dei debitori? Proletari che hanno contratto un mutuo e che non possono più pagare, commercianti, professionisti e soprattutto la platea di piccoli e medi imprenditori strozzati dalla crisi economica. Qui sono da fare alcune considerazioni.  La realtà produttiva italiana dopo l’autunno caldo del  1969 mutò: il capitale italiano rispose all’offensiva dei proletari con il decentramento produttivo, specie nelle zone definite Terza Italia, vale a dire il nord est, l’Emilia, la Toscana e le Marche.  Nacquero non meno di 700 mila imprese manifatturiere, non poche brillanti e con alcune caratteristiche.

Queste aziende erano e sono sotto-capitalizzate perché la ricchezza prodotta in questi decenni non è rimasta nell’impresa ma è confluita nelle cassaforte familiari degli imprenditori, spesso sotto forma di trust. Aziende povere, imprenditori ricchi. Le attività economiche venivano finanziate da banche territoriali avendo in garanzia immobili e liquidi dell’imprenditore.

Tale sistema ha funzionato fino all’entrata dell’euro ed è sopravvissuto fino al 2011. Il Dlgs 5 del 2006 rappresentava la difesa del blocco reazionario di massa di matrice berlusconiana e fascista dal capitale finanziario transnazionale ed europeo, che aveva e ha come cardine politico il PD. Già nel 1994 lo scontro era palese e il Pds si offriva al governo al servizio del capitale finanziario europeo costruendo una cornice giuridico-istituzionale improntata alla deflazione economica, cornice nota al Pci degli anni settanta che non a caso si batté contro l’adesione al sistema monetario europeo.

Fino a quando sono intervenute le “manovre fiscali di inusitata violenza” degli ultimi 4 anni che, unite alla tremenda restrizione creditizia operata dalle banche a seguito dell’esplosione dello spread, ha fatto crollare il pil e ha messo ko centinaia di migliaia di imprenditori, con le sofferenze bancarie aumentate in 4 anni del 400%. Ora questi prestiti costituiscono sofferenze bancarie, pari a 201 miliardi di euro. La nuova legge fallimentare ha avuto ulteriori modifiche ad agosto per garantire ancor più maggiori poteri ai creditori.

Dopo di allora la stampa economica incominciò a parlare diffusamente della necessità di creare una bad bank per, si diceva, liberare capitale e aumentare il credito alle imprese, sane, italiane. La cornice giuridica era stata fatta, ora occorreva passare all’azione. Dopodiché interviene la Commissione che stoppa la bad bank nazionale e il putiferio finanziario che ne è seguito. Ora sembra che Tesoro italiano e Commissione Europea abbiano trovato la quadra: tante piccole bad bank.

Il punto da definire è che valore dare alle sofferenze bancarie. E qui viene il bello. In questi anni le banche hanno svalutato le sofferenze del 50% accantonando circa 100 miliardi per coprire le perdite. Le sofferenze vere e proprie rimangono quindi 100 miliardi. La Commissione Europea propone un valore di circa il 20%. Le banche avrebbero dunque un buco di decine di miliardi, c’è chi parla di 80, chi di 40, chi di 37 miliardi.

In ogni caso se passa questo valore le banche dovranno o accantonare i miliardi messi in perdita, prosciugando gli utili che in ogni caso non sarebbero sufficienti, oppure varare aumenti di capitale. In ogni caso si assisterebbe ad una nuova edizione di credit crunch, di restrizione creditizia che farebbe ancor più danni all’economia reale. Ma chi acquista al 20% queste sofferenze? Si parla di americani, francesi, inglesi e tedeschi.

Ora torniamo a prima. Mettiamo un proletario che non paga più il mutuo. Con la nuova legge fallimentare sarà cacciato di casa molto prima rispetto a quando c’era il Regio Decreto 267. Si leggono di comitati contro gli sfratti a Roma, Torino, Milano, Bologna, ecc. Ebbene, nei prossimi anni avranno molto da lavorare. Dunque la casa viene presa. Diciamo che la garanzia della banca era pari a 100. La società finanziaria acquista questa sofferenza bancaria a 20. Riesce in poco tempo a cacciare il mutuatario fallito e la rivende a 40. Un affare del 100%, roba che a Wall Street te lo sogni di questi tempi. Passiamo ad un imprenditore fallito. Costui non ha più i mezzi di una volta di costituire una società ad hoc per ripararsi dai creditori perché la nuova  legge glielo impedisce. Diciamo che il valore dell’azienda è pari a 10 milioni. La società finanziaria acquista il credito a 2 milioni, caccia l’imprenditore e vende l’azienda ad un cinese per 6 milioni. Ha guadagnato il 200%. Non contenta, questa società aggredisce il trust dell’imprenditore e tutti i beni di cui gode, guadagnandoci ancor di più.

Questa è la speculazione sulla fame, l’Italia di questi tempi offre solo questo.

Per inciso, sappiate che  Davide Serra, il finanziatore di Renzi e della Leopolda, ha creato una società veicolo per l’acquisizione di non performing loans (ma si, facciamo gli inglesi che fa tanto moda), cioè sofferenze bancarie, con una dotazione di 420 milioni di euro e sta acquistando a man bassa crediti deteriorati.  Ecco dove sono andati a finire i 4 mila miliardi di Draghi, a rimpinguare le casse di speculatori che hanno come unico scopo fare gli avvoltoi di gente in difficoltà.

Ecco perché Dombrert vuole che il diritto fallimentare sia comune a tutto l’eurozona, ma in una cornice giuridica in cui i creditori hanno poteri assoluti.

Passiamo alle banche italiane. Ora, si è visto che la regola aurea del 20% del valore delle sofferenze bancarie li costringerebbe ad accantonamenti e/o aumenti di capitale per decine di miliardi nei prossimi anni, dopo tantissimi aumenti di capitali che ci sono stati dal 2011. Ci si stupisce, dunque, del  loro crollo?

Ma non finisce, qui. Bundesbank, Schauble e la CDU tedesca vogliono che le banche abbiano titoli di stato per non più il 25% del  loro capitale e che i titoli di stato siano prezzati come bond a rischio. Si dia il caso che le banche italiane non sono specializzate come le tedesche in derivati e speculazione varia ma abbiano la bellezza di 400 miliardi di titoli del Tesoro italiano.

Se passa questa norma della Bundesbank le opzioni sono due: o le banche italiane fanno ancor di più sbalorditivi aumenti di capitale o venderanno centinaia di miliardi di titoli di stato italiano. In questo caso ci sarebbe un tracollo del prezzo e un aumento pazzesco dei rendimenti, a tal punto che lo spread schizzerebbe nuovamente verso quota 500, come nel 2011.

Nell’uno come nell’altro caso le banche verrebbero acquisite con pochi spiccioli da operatori stranieri. Non parliamo poi di che fine farebbe il risparmio italiano, già prossimo alla fuga con le nuove regole del bail in. Non c’è niente da fare. Da decenni i tedeschi se la studiano a tavolino, mossa per mossa, pedina per pedina. Gioco a somma zero: togliere un concorrente dall’arena mondiale, prima con il debito pubblico, poi con le banche, successivamente con entrambi.

A quel punto che farà il PD? Magari una legge fallimentare sul debito pubblico e il Paese farà la fine del mutuatario o dell’imprenditore fallito, con i Davide Serra di turno che, con i soldi di Draghi, speculeranno sulla fame di un paese intero.

E in tutto questo frangente la crisi sarebbe dovuta alla Cina….quando in quel paese le vendite al dettaglio sono cresciute a dicembre sull’anno dell’11,1%, mentre se crescono da noi dello 0,8% parlano di boom di consumi…Per dirla con il Principe monarchico socialista Antonio de Curtis: ma mi faccia il piacere!

 

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Fra sciiti e sunniti guerra di “interessi”. Poco religiosi

religione

 

di Maurizio Musolino, da http://www.adista.it

Suonano i tamburi di guerra, protagonisti due Stati, riferimento dei principali filoni religiosi dell’Islam: Iran e Arabia Saudita. Si grida alla guerra di religione (l’Europa ne sa qualcosa), questa volta tutta in chiave musulmana, ma dietro ai contrasti teologici si nasconde ben altro, ovvero interessi economici, mire regionali e infine strategie geopolitiche che trovano in altri soggetti i veri burattinai.

Pensare quindi che ci troviamo di fronte ad una contesa teologica, che trae origine dall’eredità politica e religiosa del Profeta, è fuorviante. Lo scontro che oppone Riad a Teheran non ci parla delle ragioni di ‘Ali  (che ha originato gli sciiti) o di Abu Bakr (sunniti), bensì di milioni di persone in carne e ossa, della loro quotidianità e degli interessi e strumentalizzazioni che si muovono alle loro spalle.

C’è però un elemento che trae origine dalla storia delle due correnti islamiche e che ancora oggi ha la sua influenza. I sunniti, da sempre maggioranza nel mondo islamico, hanno nel corso dei secoli represso i loro “fratelli sciiti”, costringendoli a vivere in condizioni miserrime ai margini delle capitali arabe. Una frattura religiosa e sociale che non si è mai colmata. Per queste masse la rivoluzione iraniana di Khomeyni alla fine degli anni Settanta ha rappresentato una speranza di riscatto, la possibilità di ricontrattare il proprio status sociale. Emblematica in questo senso è la storia del Libano.

Ma questa aspirazione di riscatto, a parole anche al centro delle tanto invocate “primavere arabe”, mette a rischio antichi equilibri, che vedono al potere monarchie corrotte e avide, disposte a tutto pur di conservare il proprio potere, incluso finanziare l’Isis e reprimere violentemente qualsiasi forma di opposizione interna.

Gli interessi economici in campo infatti sono enormi: ricchezze energetiche, relativi petrodollari, oleodotti e gasdotti in cui transita linfa vitale per l’Occidente. I sauditi (intesi come famiglia Saud) vogliono preservare la loro influenza regionale, avere il controllo sui Paesi del Golfo fino a Sana’a (Yemen) e imporsi come unici attori fra i grandi produttori di petrolio e gas e l’Occidente e l’Africa; la stessa condanna a morte dello sceicco al-Nimr va letta considerando la sua influenza sulla grossa minoranza sciita nella provincia del Qatif, ricca di riserve petrolifere. Uno scenario che non dispiace né agli Usa né all’Europa.

L’Iran, da parte sua, rivendica il ruolo storico di potenza egemone sull’area e di difensore della minoranza sciita. Un Iran che dopo anni di totale isolamento vede la possibilità concreta di rientrare in gioco dopo la firma degli accordi sul nucleare e dopo il riconoscimento del suo ruolo in Iraq e in Siria.

I Saud, dopo aver assistito alla messa in discussione della loro leadership sul mondo sunnita da parte della Turchia di Erdogan (ridimensionato con l’eliminazione di Morsi in Egitto) e soprattutto dopo l’aspra contesa petrolifera con gli Stati Uniti – che con Obama hanno tentato di emanciparsi dal “cappio mediorientale” attraverso il petrolio ricavato dalla frammentazione delle rocce (tentativo fatto naufragare con l’immissione sul mercato mondiale di una grande quantità di greggio che ha fatto crollare il prezzo al barile) – hanno temuto di perdere definitivamente il loro ruolo a causa delle accuse (di circostanza) da parte dell’Occidente di aiutare l’Isis.

Ecco allora che il portare alle stelle lo scontro con gli iraniani consente alla monarchia wahabita di evitare sorprese spiacevoli e di poter andare sino in fondo in operazioni, come quella in Yemen, sulla quale la nuova generazione dei principi regnanti si gioca il futuro. Il tutto aspettando le prossime elezioni Usa, con la speranza che vinca un repubblicano, storicamente in sintonia con le posizioni e gli interessi sauditi.

Una contesa tutta economica, quindi, non propriamente di religione, che ha già avuto le sue vittime, come ben sanno Iraq, Siria, Barhein, Libano e Yemen, e i suoi complici.

 

 

 

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Siria: il terrore contro tutti

DA marx21:   http://www.marx21.it/index.php/internazionale/medio-oriente-e-nord-africa/26250-siria-il-terrore-contro-tutti

da www.fondsk.ru

Traduzione dal russo di Mauro Gemma

Continuiamo con la pubblicazione di contributi di specialisti russi di politica estera. La nota di Boris Dolgov* riguarda il recente viaggio in Russia della massima autorità dei musulmani sunniti della Siria e aiuta a smentire numerosi luoghi comuni, diffusi dall’apparato propagandistico dell’Occidente imperialista, in merito alle caratteristiche del conflitto in corso nel paese mediorientale.

La visita a Mosca ai primi di novembre del Muftì Supremo di Siria, Hamad Badreddine Hassoun, non è stato il suo primo viaggio in Russia. Questa volta, come nella sua precedente visita a Mosca, lo sceicco Hassoun ha avuto incontri e colloqui con la dirigenza del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa., con i rappresentanti della comunità musulmana russa, con i giornalisti e il pubblico.

Lo sceicco Hassoun, che è il leader spirituale dei musulmani siriani, la maggior parte dei quali aderisce all’indirizzo sunnita dell’Islam, è un personaggio pubblico di spicco. Egli svolge un ruolo importante nella vita religiosa, sociale e politica, non solo della Siria, ma di tutto il Medio Oriente. Lo sceicco Hassoun sostiene con intransigenza le posizioni di Bashar al-Assad nella sua lotta contro gruppi islamici radicali. Come teologo, è in grado di illustrare con chiarezza i tentativi degli islamisti radicali di distorcere l’Islam, usandolo come copertura del terrore.
L’autore di questo articolo ha incontrato lo sceicco Hassoun in Siria, e ha ascoltato a Mosca le sua  brillante esposizione in merito a quanto vi sta accadendo. Va ricordata l’opinione espressa ripetutamente da questo autorevole teologo: l’opposizione armata in Siria non è una guerra tra sunniti e alawiti, a cui appartengono i dirigenti siriani, come erroneamente viene raccontato in Occidente e nei paesi del Golfo.

Un esempio lampante del fatto che la comunità sunnita della Siria in maggioranza sostiene la dirigenza siriana è rappresentato dallo stesso sceicco Hassoun, che professa il sunnismo. Egli è sopravvissuto alla tragedia personale quando, al rifiuto di passare dalla parte dei combattenti islamici radicali, questi hanno ucciso suo figlio. Il Muftì Supremo porta molti esempi dei crimini commessi dai gruppi islamisti armati, che attuano massacri di massa di siriani, a prescindere dall’appartenenza religiosa. Uccidono sunniti, alawiti, sciiti, cristiani e chiunque abbia una qualsiasi relazione con l’esercizio del potere in Siria. Uccidono funzionari pubblici, insegnanti, intellettuali, leader religiosi,che si oppongono al terrorismo. Un noto imam sunnita, che chiedeva la fine della violenza, è stato ucciso da uomini armati proprio alle porte della moschea dove predicava.

Per quanto riguarda il luogo comune, secondo cui tutta la leadership siriana è costituita esclusivamente da alawiti (opinione condivisa anche da una parte dei media russi), semplicemente non risponde a verità. Lo sceicco Hassoun ha ricordato che il ministro della Difesa della Siria, morto in un attentato terroristico nel luglio 2012, era cristiano. Perché i media tacciono a riguardo? E tacciono anche sul fatto che la moglie del presidente Bashar al-Assad proviene da una nota famiglia sunnita, e che professa il sunnismo.

Allo stesso tempo va rilevato che la Siria è stata per lungo tempo una nazione laica, guidata dal Partito Socialista della Rinascita Araba (Baath). Uno Stato in cui coesistevano più di 20 confessioni. E’ solo all’inizio del 2011, attraverso un conflitto provocato dall’esterno, artificialmente  è stato attizzato lo scontro interconfessionale e sono stati creati e armati i gruppi islamisti radicali. La maggior parte dei militanti che combattono contro il governo, testimonia lo sceicco Hassoun, è costituita da mercenari stranieri raccolti in quasi tutto il mondo e provenienti da un’ottantina di paesi. Gli Stati Uniti, gli altri paesi della NATO, in particolare la Turchia, ma anche l’Arabia Saudita e il Qatar, allo scopo di realizzare i propri interessi nella regione, sostengono questi gruppi. L’ala più estremista dell’islamismo radicale, che utilizza tale sostegno, è il famigerato “Stato Islamico” (ISIS), che ha dato inizio alla propria espansione militare nella regione mediorientale e ora anche oltre. Fondata ufficialmente per combattere l’ISIS, la coalizione di stati, guidata dagli americani, in realtà simula solo la lotta nei suoi confronti.

E quando la Russia, in risposta a una richiesta formale di aiuto del presidente della Repubblica Araba Siriana, ha iniziato a infliggere con le sue Forze Aereo-Spaziali colpi significativi alle posizioni dell’ISIS, in Occidente e nei paesi del Golfo Persico è stata scatenata una nuova ondata propagandistica. Si è cominciato a colpevolizzare la Russia per i colpi alla “opposizione moderata”, a “obiettivi civili e a pacifici cittadini”. Una delle accuse (lo sceicco Hassoun osserva che purtroppo gli è capitato di incontrarla anche nei media russi) è quella secondo cui la Russia “è in guerra con i sunniti e aiuta gli alawiti e personalmente Bashar al-Assad a rimanere al potere”.

In risposta a queste insinuazioni lo sceicco Hassoun afferma: “La Russia in Siria sta difendendo i cittadini dai terroristi e, in prospettiva, anche i suoi cittadini dalla minaccia terroristica… Terroristi arrivati dalla Russia, che combattono oggi in Siria, sono pronti a ritornare e a combattere anche sul suolo russo. Noi siamo grati alla leadership russa per avere inviato piloti russi. Essi non combattono per Assad e neppure per Putin, ma stanno combattendo per tutti noi, siriani e russi”.

E infine, il Muftì Supremo di Siria, sceicco Hassoun, sottolinea: “La Russia ha bisogno del più potente sostegno da parte dei mezzi di informazione, per dire la verità al mondo su ciò che sta accadendo”.

* Consulente scientifico dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia Russa delle Scienze (RAN)

Parigi, un evento militare

Mentre ci associamo all’unanime condanna dell’orrendo crimine perpetrato a Parigi da una banda di assassini probabilmente collegati all’ISIS e costato la vita a centinaia di uomini e donne inermi, riprendiamo da “Megachip.globalist” un articolo di Pino Cabras come contributo a una maggiore comprensione delle ragioni e delle conseguenze della terribile strage attuata nel cuore del continente europeo. Torneremo sull’argomento con altre riflessioni di analisti italiani e stranieri.

di Pino Cabras | da megachip.globalist.it

La strage di Parigi del 13/11 non è solo un evento terroristico e spettacolare. È un evento militare di notevole entità, un messaggio che porta la guerra in casa

La tremenda strage di Parigi del 13 novembre 2015 non è solo un evento terroristico spettacolare. È anche un evento militare di notevole entità nel cuore di una grande metropoli europea. Abbiamo già visto in altre circostanze, nel corso degli ultimi 15 anni, una serie di attentati coordinati con precisione e con risorse organizzative capaci di creare forti shock stragisti in grandi città. La macabra contabilità accelera e aumenta ormai la frequenza dei massacri (a Beirut appena ieri).
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I numeri della sinistra di classe alle elezioni nazionali 2015 in Svizzera

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I cittadini svizzeri hanno votato lo scorso week-end per il rinnovo del Consiglio Nazionale (la camera bassa con 200 deputati) e del Consiglio degli Stati (il senato o camera alta composta di 2 senatori per ogni Cantone). Sul piano nazionale il partito della destra xenofoba (UDC/SVP) si è confermato come il più forte con 65 eletti e un aumento di ben 11 deputati. Il secondo partito svizzero rimane il Partito Socialdemocratico (PS/SP), che tuttavia registra un calo di 4 deputati attestandosi a quota 43 consiglieri nazionali. Cresce anche il Partito Liberale (PLR/FDP) con 33 deputati (3 in più rispetto alla scorsa legislatura). Sul fronte progressista anche i Verdi con 11 eletti, scendono di 4 seggi. Il centro-sinistra perde quindi complessivamente 8 deputati. Una situazione che non viene compensata dall’elezione in parlamento per il Canton Neuchâtel di un membro “outsider” della sinistra “radicale”.

La particolarità svizzera

Quando si analizzano i dati elettorali nella Confederazione occorre però stare attenti: essendo la ripartizione dei seggi suddivisa per cantone e senza alcun riparto nazionale, non è lo spostamento delle percentuali a livello federale a contare, ma i cambiamenti dei rapporti di forza dei partiti nei singoli cantoni, soprattutto quelli che dispongono di un maggior numero di seggi. Le alleanze si fanno infatti su base cantonale e in ciascun cantone i partiti possono presentare programmi diversi, possono avere denominazioni diverse, ecc. Questa è una caratteristica del sistema elettorale svizzero che spesso si dimentica, a scapito di una seria analisi del voto e del radicamento dei partiti.

La sinistra di classe assente sul piano nazionale

584px-Alternative_Linke_Logo.svg_-300x218Le forze della sinistra di classe in Svizzera sono estremamente deboli e frastagliate cantone per cantone. Di fatto non esiste più in Svizzera – a sinistra della socialdemocrazia e su posizioni almeno tendenzialmente di classe – un vero partito centralizzato sul piano nazionale: se lo storico Partito Svizzero del Lavoro (PSdL/POP) appare, oggi più che mai, solo come una “rete” di 7 partiti regionali (Ginevra, Vaud, Neuchâtel, Giura, Berna, Zurigo, Ticino) con linee politico-ideologiche anche molto diverse fra loro; il più recente tentativo di unione delle forze anti-capitaliste movimentiste sotto la sigla della “Sinistra Alternativa” (Berna, Sciaffusa, Winterthur, Zurigo, Vallese, Vaud) non sembra realmente decollare.

A sinistra della socialdemocrazia nei cantoni

bandierePCAnalizzando l’evoluzione delle liste della sinistra di opposizione possiamo notare quanto segue. Nella Repubblica e Cantone Ticino nella Svizzera di lingua italiana, dove – con un deputato al parlamento cantonale e una dozzina di consiglieri comunali – opera principalmente il Partito Comunista (PC), escluso dal PSdL/POP per divergenze politiche ed ideologiche il candidato comunista al Consiglio degli Stati ha ottenuto lo storico risultato del 4%. Per il Consiglio Nazionale i comunisti hanno raggiunto lo 0,8%, a causa della presenza di disturbo della scissione del Partito Operaio e Popolare che si ferma allo 0,5% e di altre liste minori di orientamento radicale.

A Zurigo il Partito del Lavoro rimane sul posto con lo 0,2%, mentre aumenta – seppur di poco – la “Sinistra Alternativa” che dal 1% sale all’1,77%. A Berna il Partito del Lavoro unito alla Gioventù Comunista si ferma allo 0,5%. A Sciaffusa si presenta solo la “Sinistra Alternativa” che raggiunge il 4,4%. A Basilea né lo storico “Partito del Lavoro 1944” né il “Nuovo Partito del Lavoro” (quest’ultimo ormai estinto) hanno presentato candidati. Nei Grigioni dove il Partito Comunista dispone di un deputato supplente al parlamento cantonale in alleanza al Partito Socialdemocratico, non si è candidato nessun compagno.

pop_neMigliore la situazione – anche per ragioni storiche – nella Svizzera francese: nel Giura il movimento “Combat Socialiste” unito al Partito Operaio Popolare raggiunge il 3,7%. Nel Canton Vaud l’alleanza fra il movimento “Solidarité” e il Partito Operaio Popolare conosce un leggero calo e si posiziona ora al 2,2%. A Ginevra il Partito del Lavoro era uscito con le ossa rotte dalle elezioni del 2011, doveva era crollato all’1,4%: ora è invece confluito nella lista “Insieme a Sinistra” con altri gruppi progressisti che tocca quota 4%, a cui si aggiungono altre liste minori apparentate che portano la coalizione a quota 6% circa (in leggera discesa rispetto ai risultati complessivi delle varie liste di sinistra quattro anni prima). Sempre a Ginevra il Partito “Les Communistes” ha invece optato per non candidarsi a questa tornata elettorale dopo lo 0,7% ottenuto nel 2011 dalla lista “Sinistra di lotta” da lui promossa. Unico risultato concreto con ben il 12% dei voti si trova nel Canton Neuchâtel dove il Partito Operaio Popolare, espressione del Partito della Sinistra Europea (SE), è riuscito a eleggere un deputato

SINISTRA.CH      PORTALE DI INFORMAZIONE E CRITICA SOCIALE DELLA SVIZZERA ITALIANA

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DA:     Associazione Politico-Culturale Marx XXI

Domenico Losurdo – “Il revisionismo storico. Problemi e miti”

A distanza di quasi vent’anni, Laterza ripubblica in versione notevolmente ampliata “Il revisionismo storico. Problemi e miti”, di Domenico Losurdo. Un testo che, con una mole impressionante di aneddoti e riferimenti, spiega ampiamente come e perché a scrivere la Storia sono sempre quelli che vincono. Con buona pace di quella vittima designata che è la Verità. Domenico Losurdo, professore emerito di filosofia a Urbino, ci spiega i tratti salienti della nuova edizione del suo grande classico.

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Aziende di Stato cinesi: la lunga marcia della riforma

di Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

Per comprendere il ruolo delle aziende di Stato cinesi (Soe), così come i principi della riforma in atto (da anni), occorre confrontarsi con alcuni numeri, indicativi del ruolo che esse rivestono nella crescente proiezione internazionale di Pechino. Nei primi otto mesi del 2015 gli investimenti esteri diretti non finanziari (Ied) cinesi hanno raggiunto la cifra di 74,3% miliardi di dollari, segnando un aumento di oltre il 18% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, del 7% nel solo mese di agosto [1]. Va sottolineato che un vero e proprio balzo è stato compiuto dagli investimenti indirizzati nei Paesi compresi nello sviluppo della nuova Via della seta: dai 10,73 miliardi ai 48,2.

L’incremento negli ultimi 10 anni è ancora più straordinario in termini numerici: dai 5,5 miliardi del 2004 si è arrivati agli oltre 100 miliardi a fine 2013. Un espansione guidata per il 70% degli investimenti non finanziari dalle aziende di Stato [2], un dato che la dice lunga sul ruolo che queste rivestono dal punto di vista strategico, della proiezione dell’influenza cinese in connessione con progetti ambiziosi come quello, marittimo e terrestre, della nuova via della Seta con i numerosi progetti infrastrutturali collegati.

A conferma cifre simili – e altrettanto simili considerazioni – sono quelle riportate in uno studio di Mei Lisa Wang, Zhen Qi e Jijing Zhang: “Secondo il Ministero del Commercio cinese, nel 2014, le imprese cinesi hanno investito 116 miliardi di dollari in 156 paesi – circa 45 volte in più rispetto al 2002. Il paese è al primo posto tra i paesi per il flusso di investimenti nei Paesi in via di sviluppo. E c’è un grande potenziale di crescita ulteriore Ied”. Su tutti un dato: “l’alta percentuale di Ied della Cina proviene dalle aziende di Stato cinesi. Ied cinesi sono infatti dominati dalle aziende di Stato, in particolare prima del 2009. Secondo i nostri calcoli, tra il 2005 e il 2013, l’89,4 per cento degli 807.500.000.000 dollari degli investimenti esteri e dei contratti sono riconducibili alle aziende statali” [3].

Come riporta il Financial Times, la Cina popolare conta oggi più di 155.000 aziende di Stato (banche, compagnie aeree, raffinerie di petrolio) che impiegano decine di milioni di persone. Accanto ad una maggioranza di aziende gestite dai diversi governi locali (molte di queste sono di dimensioni medio-piccole, quando non piccolissime), a livello nazionale opera un nucleo di un centinaio di gruppi strategici, tra i quali la ICBC (la più grande banca del mondo per asset) e la China Mobile ( il più grande network mondiale per abbonati) [4].

Con l’avvio, alla fine degli anni ’70, della politica denghiana di riforma e apertura le imprese statali hanno subito un processo di arretramento – ora coprono il 24% del fatturato industriale e circa il 22% dei profitti -, pur restando la spina dorsale nei settori considerati come strategici (su tutti quello del credito), e alcune di queste si sono imposte a livello internazionale tanto che in ben 88 figurano nella lista di Fortune delle prime 500 imprese del mondo per fatturato.

Negli ultimi trent’anni le riforme che le hanno interessate sono state diverse. All’inizio degli anni ’80 si è introdotta la gestione da parte di enti governativi, nel decennio successivo la gestione è stata separata dalla proprietà, sono stati aboliti una decina di enti governativi impegnati che ne erano incaricati e, in nome del motto “Afferrare il grande, rilasciare il piccolo”, avviate le prime importanti privatizzazioni (allora chiusero i battenti 60mila aziende); nel 2003 è stata costituita l’attuale Commissione di gestione e controllo delle attività di proprietà dello Stato. Organismo, quest’ultimo, che negli anni immediatamente successivi ha emesso una serie di pareri/inviti per avviare un processo di fusione e/o acquisizione delle aziende statali non leader nel proprio settore, al fine di ridurne il numero e concentrarsi sulle migliori. Nel 2013 il terzo plenum del Pcc – quello del rilancio di un processo di riforma incentrato sull’innalzamento del mercato a ruolo “decisivo” – ha lanciato di fatto la parola d’ordine dell’economia mista.

A fine 2014 il Consiglio di Stato cinese si è impegnato a sostenere finanziariamente – e diplomaticamente – la proiezione e l’investimento estero delle imprese con lo scopo di aumentare la competitività e la qualità dei prodotti in settori di produzione medio-alti e a tecnologia avanzata. Il pensiero delle autorità di Pechino è rivolto, soprattutto, al comparto energetico e a quello dei trasporti, con le aziende statali in posizione di avanguardia. In cifre si prevedono quasi 1.000 miliardi di dollari di investimenti nei prossimi anni. In questa fusione tra obiettivi strategici e investimenti esteri, sono destinate a svolgere un ruolo di primo piano ancora le aziende statali. Secondo quanto riportato a fine aprile dell’autorevole Economic Information Daily, ci si avvia ad una notevole riduzione dei colossi pubblici che stanno guidando la proiezione estera della Cina popolare: dalle attuali 122, le aziende di Stato – con un profitto che nel 2014 ha sfiorato i 230 milioni di dollari – saranno ridotte, attraverso fusioni e acquisizioni, ad una quarantina. Le risorse del Paese saranno così concentrate sulle industrie più competitive sul mercato internazionale.

Non sono mancate le prime grandi operazioni in questo senso: nel marzo scorso è stato approvato un progetto di fusione tra la China South Locomotive & rotabile Corporation e la China North Locomotive and Rolling Stock Industry Corporation – entrambe sotto controllo statale – che porterà alla nascita del più grande costruttore di ferrovie al mondo con un fatturato annuo superiore ai 30 miliardi di dollari. Per le attività cosiddette non “core” di queste aziende – soprattutto legate al terziario – si ipotizzava già una graduale vendita al mercato.

All’ordine del giorno ormai da tempo, la riforma delle aziende statali cinesi ha segnato ora una tappa importante con l’indicazione di un preciso traguardo temporale. Il comitato centrale del Partito comunista cinese e il Consiglio di Stato hanno infatti rilasciato il 13 settembre un documento contenente le linee guida di una riforma che – nel rispetto di una tradizione consolidata di sperimentazioni graduali – prevede importanti interventi da qui al 2020 [5]. Secondo quanto riportato da agenzie e organi ufficiali, la nuova fase di riforma che riguarda l’economia statale cinese ha come obiettivi principali la promozione dell’economia mista, una migliore tutela dei beni dello Stato (contro svendite e corruzione), migliorarne la gestione e renderla più competitiva sul mercato globale (continuazione della politica tradotta come “Go Global” [6]). Evitando – è stato più volte rimarcato – la svendita di un patrimonio ritenuto indispensabile e caratterizzante il modello di sviluppo cinese.

È opportuno sgombrare il campo da ogni possibile equivoco: in base alle linee guide e alle diverse indiscrezioni e analisi uscite in questi giorni – insieme alle prime reprimende nei confronti di decisioni ritenute troppo timide e poco coraggiose o, perfino, una “virata conservatrice” [7] per l’eccessiva enfasi posta sulla sicurezza dei beni dello Stato! – il futuro prossimo non riserva alcun processo di privatizzazione generale, ancor meno selvaggia. “Vittime” di una graduale politica di privatizzazione saranno le aziende definite “zombie”, vale a dire meno efficienti e che generano pochi utili, quando non perdite. Ad oggi, senza avventurarci in previsioni ed ipotesi che potrebbero essere presto smentite, le indicazioni esplicitate sono queste: gli enti statali di supervisione dovranno abbandonare la gestione delle singole imprese per dedicarsi a quella del capitale statale; saranno allestite società di investimento del capitale di proprietà statale per gestire fondi e investimenti; il governo incoraggerà i privati ad entrare nella Soe attraverso l’acquisto di azioni o bond; sarà concessa una maggiore libertà di azione ai consigli di amministrazione mentre, in parallelo, saranno rafforzate le attività di ispezione statali per prevenire abusi di potere o “l’erosione” di beni dello Stato; introduzione per i dipendenti di un salario flessibile, in linea con l’andamento del mercato e le performance aziendali; infine, sempre in base alle linee guida e in vista degli interventi previsti, le Soe saranno suddivise in due macrogruppi: quelle indirizzate al profitto – che agiranno in base alle regole di mercato e che saranno aperte all’investimento privato – e quelle orientate alla produzione di beni e servizi pubblici per garantire qualità di vita alle persone che saranno esclusivamente di proprietà statale.

La filosofia complessiva resta comunque quella della difesa delle aziende statali (ripetiamo: nessuna svendita del patrimonio) e della centralità, soprattutto in settori strategici (petrolio, gas, energia, ferrovie, telecomunicazioni) – del controllo pubblico dell’economia.

A questo va aggiunto che l’enfasi posta sulla separazione tra proprietà e gestione oltre rispondere all’esigenza, più volte dichiarata, della lotta al malcostume e alla corruzione (“la leadership del partito è la valvola di sicurezza per le imprese statali”[8]), potrebbe essere la soluzione – o comunque un tentativo in questo senso – ad un problema “politico” che riguarda alcune delle aziende statali nell’accesso in alcuni mercati (si pensi a quello statunitense, britannico o australiano): l’accusa di essere solo ed esclusivamente arma economica in mano al partito comunista cinese.

Difficile dare torto, con queste premesse, a Chi Lo, economista senior per la Cina di BNP Paribas: “Pechino non venderà i suoi gioielli della corona vista l’importanza che rivestono per la strategia del Partito comunista”[9].

Anche per il prestigio che questi hanno guadagnato a livello internazionale, come motore della graduale uscita della Cina dal club dei Paesi in via di sviluppo. Si pensi a come, nel luglio scorso, la visita del vice-presidente del Sudafrica a Pechino abbia avuto al centro delle discussioni proprio l’attività delle imprese statali cinesi la cui storia è considerata al contempo un “esempio nella lotta alla povertà e alla disoccupazione” e un solido precedente per re-industrializzare il Paese africano [10].

Gioielli di famiglia, appunto, di una famiglia piuttosto allargata (ben oltre 1 miliardi di cinesi) che sostengono il “soft power” o, per chi dall’inglese volesse un poco liberarsi, l’”effetto di irradiamento” della Cina popolare a livello internazionale, per quanto costruito: lotta alla povertà, modernizzazione e garanzia di un’autonoma via di sviluppo.

NOTE

1. Xinhua, “China outbound direct investment jumps 18.2 pct”, 16 settembre 2015
2. Quotidiano del Popolo, “China’s outward FDI grows 47.4 pct in January-May”, 23 giugno 2015
3. East Asia Forum, “China needs to turn its capital ideas into SOE reform”, 29 luglio 2015
4. Financial Times, China plans shake-up of state-owned enterprises to boost growth, 13 settembre 2015
5. Xinhua, “China issues guideline to deepen SOE reforms”, 13 settembre 2015
6. L’invito del governo cinese alle proprie aziende di competere sempre di più sul palcoscenico internazionale
7. South China Morning Post, “Beijing takes more conservative tack in reform of China’s state firms” 14 settembre 2015
8. Dichiarazione della commissione centrale di controllo e disciplina del Pcc riportata da Xinhua il 15 settembre 2015.
9. Bloomberg, “State Companies: Back on China’s To Do List”, 30 luglio 2015.
10. The Brics Post, “SA Vice President in China to boost ties”, 19 luglio 2015

– See more at: http://www.marx21.it/internazionale/cina/26018-aziende-di-stato-cinesi-la-lunga-marcia-della-riforma.html#sthash.5ZitFMl3.dpuf

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Contributo all’analisi del risultato elettorale

Elezioni-2015

da:  

http://www.marx21.it/italia/quadro-politico/25700-contributo-allanalisi-del-risultato-elettorale.html

di Fausto Sorini

Oltre 2 milioni di voti in meno per il Partito democratico, 893mila consensi persi per il Movimento 5 Stelle (M5S) e 840mila lasciati per strada da Forza Italia. Sul fronte opposto la Lega, che ha riscosso 256mila preferenze in più. Sono i risultati del confronto fatto dall’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna tra i risultati delle ultime regionali e quelli ottenuti alle elezioni Europee del 2014. L’analisi si concentra sul numero assoluto di voti ed evidenzia un’emorragia per tutte le maggiori formazioni, dovuto anche all’aumento dell’astensionismo.

La Lega fa eccezione e registra un progresso del 50%, a fronte di un crollo speculare (-50,2%) del partito guidato da Matteo Renzi. La Lega rispetto al 2014 triplica i consensi in Toscana e Umbria e diventa primo partito del centrodestra e della potenziale coalizione in tutte le regioni in cui ha presentato una propria lista.

Il Pd perde più di 1 milione di voti (-33,8%) rispetto alle politiche del 2013, quando il segretario era Pier Luigi Bersani.

Al contrario il partito di Matteo Salvini registra un +109% rispetto a due anni fa, quando il leader era Roberto Maroni.

Quanto all’M5S, vede i suoi consensi calare del 60% rispetto all’exploit del 2013 (-1,9 milioni di voti). Ma per la prima volta si afferma ovunque e si radica con un larghissimo consenso in elezioni a carattere territoriale.

Dunque:

1. Aumenta del 10% l’astensionismo, che raggiunge il 50%. Un elettore su due non ha votato.
La crisi del rapporto tra popolo e sistema politico è abissale e non è mai stata così drammatica nella storia d’Italia: il che farà forse piacere a Renzi, che non ha mancato più volte di lodare il “modello americano”.

2. Il PD di Renzi crolla dal 40% delle europee al 27,3%. Una parte del suo elettorato rifiuta la sua politica di destra.

3. Questo crollo non avvantaggia le liste residuali di sinistra o estrema sinistra, ma va all’astensione o al Movimento 5 Stelle (M5S), che per la prima volta ottiene un risultato elevatissimo e generale in elezioni a carattere territoriale, dove era per lo più debolissimo.

4. Il Movimento 5 Stelle (M5S), piaccia o non piaccia, raccoglie gran parte del voto di chi tradizionalmente votava comunista o a sinistra ed esprime così oggi il suo malcontento e la sua protesta sociale. Una protesta che, quando viene conquistata dalla polemica contro gli immigrati, va alla Lega di Salvini.

5. Si consideri inoltre che, non a caso, M5S e Lega sono le due formazioni che con più forza guidano la protesta contro la politica sociale dell’Unione europea e contro l’euro. E (soprattutto la Lega) contro le sanzioni alla Russia, che danneggiano la nostra economia. Mentre su questi temi la sinistra residuale (salvo rare eccezioni) balbetta.

6. La destra tradizionale (la chiamo così per distinguerla dalla destra renziana) tiene e recupera, con un riequilibrio interno a favore della Lega, che con l’abile e popolare Salvini tende ad assumerne la leadership. Lega + Forza Italia + Fratelli d’Italia superano il PD di 4 punti. Il Nuovo centro-destra di Alfano, che potrebbe stare indifferentemente con l’uno o l’altro forno, ottiene il 3,8%.

7. Il risultato delle liste di sinistra e di estrema sinistra è disastroso, in ognuna delle sue diverse performance (da quelle di splendido auto-isolamento a quelle subalterne al PD): la rappresentatività, la credibilità, il radicamento sociale popolare di questo schieramento ha toccato il fondo (e nonostante ciò vi è qualcuno che ancora scava…).
Prc + PCdI + Sel (e aree limitrofe) restano complessivamente molto al di sotto del 4%, in una situazione in cui uno schieramento frontista serio, come ve ne sono molti in Europa, comprensivo di comunisti e sinistra di classe e del lavoro, avrebbe avuto uno spazio sociale e politico potenziale enorme: tra il 10 e il 15%.
Questo schieramento di sinistra residuale raccoglie oggi (anche in Toscana, dove pure ottiene  un dignitoso 6%) meno voti di quelli che alle regionali del 2010 ottennero le sole liste comuniste.
Nessun candidato comunista entra nei Consigli regionali.

8. Un analisi differenziata merita l’esperienza ligure, per la rottura avvenuta nel PD. Qui  il voto disgiunto vede un ottimo 9,4% a Pastorino, ma solo il 4% alla Lista di sinistra. Dove appare evidente che l’elettorato PD scontento per la candidatura Paita, e sicuramente segnato dall’uscita di Cofferati, Civati e dello stesso Pastorino ha votato quest’ultimo come presidente, ma ha negato il voto politico alla lista unitaria di sinistra con cui egli era collegato.

Un dato di fondo e di prospettiva appare evidente e drammaticamente confermato da queste elezioni: non esiste alcuna possibilità di ricostruire una schieramento progressista, di sinistra di classe e contro la guerra (attento quindi all’interessa nazionale e ad una collocazione internazionale dell’Italia sovrana e autonoma dallo schieramento euro-atlantico) se non si ricostruisce un fronte di riferimento che comprenda la sinistra residuale, la parte più avanzata del M5S e del mondo cattolico, e settori coerentemente laburisti del PD e della CGIL disponibili a rompere senza equivoci col PD renziano, e a passare di campo.

Una schieramento così potrebbe attrarre parte dell’astensionismo e spezzare la persistente egemonia del PD su larghi settori popolari; e spezzare anche l’influenza che su una parte di essi esercita anche la Lega.

Parlo di un fronte del lavoro, della pace e della sovranità nazionale, con solide basi e radicamento proletario e popolare nel paese e nei quartieri poveri delle grandi città: che non ha niente a che vedere con la sommatoria di ceti politici bolliti e piccolo-borghesi di una sinistra residuale e sovente radical-chic che ha perso ormai ogni rappresentatività nei ceti popolari e giovanili in carne ed ossa e con la sofferenza sociale ed esistenziale che li tormenta.

Un fronte all’interno del quale operi un nuovo partito comunista e rivoluzionario, imperniato su una rete di quadri e di militanti dotati di grande serietà, onestà e prestigio, e di grande rigore intellettuale. Portatori di una visione più generale delle problematiche complesse della lotta per una alternativa al capitalismo nella nostra epoca, e con una visione mondiale e di grande prospettiva: perchè una coscienza generale non si forma mai spontaneamente e senza un’avanguardia dotata di una teoria rivoluzionaria all’altezza dei tempi.

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DOSSIER SIRIA “appunti”

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Il tentativo di far passare per cattivo tutto ciò che si oppone alla politica guerrafondaia degli USA e dei loro alleati di cordata è bellamente condiviso, anche a sinistra, con un atteggiamento quasi qualunquistico, con la responsabilità di alimentare falsità e strumentalizzazioni anche attraverso Ong e associazioni pacifiste.

La questione mediorientale e, nello specifico quella siriana, è il chiaro esempio di quanto l’imperialismo americano riesca a fare con l’ausilio non solo dei paesi “alleati”, ma anche delle Ong che a parole si battono per la pace e che in pratica fomentano la guerra, appoggiando vere e proprie milizie armate e foraggiate dagli USA.

Quella che stiamo vedendo in Siria è una campagna calcolata e deliberata per abbattere il governo di Assad in modo da rimpiazzarlo con un regime “più compatibile” con gli interessi USA nella regione. Il programma dietro questo progetto è essenzialmente una relazione presentata dal neoconservatore Brooking Institute per il cambio di regime in Iran nel 2009.

Anche in passato, e non è la prima volta che assistiamo ad alleanze tra americani e islamici (tra i quali, come dimostrato, alcuni legati ad alQaeda) che lavorano insieme per portare il cambio di regime in uno stato “nemico”. Probabilmente, la componente più importante in questa lotta per il “premio strategico” è stata la deliberata costruzione di una narrazione ampiamente falsa che snocciola dimostranti per la democrazia disarmati uccisi a centinaia e a migliaia mentre protestano pacificamente contro un regime oppressivo e violento, una “macchina omicida” guidata dal “mostro” Assad.

Le denunce di “massacri”, le “campagne di stupro contro le donne soprattutto nelle aree sunnite”, le “torture” e perfino gli “stupri di bambini” riferiti dai media internazionali provengono in gran parte da due fonti: il Syrian Observatory of Human Rights e i Local Coordination Committees (Lcc); i media si guardano bene dal fare verifiche né riscontri se non in forma minima. Si nascondono dietro la formula “non possiamo verificare queste statistiche”.

A oltre dieci anni di distanza dalla guerra all’Iraq, sembra che la lezione del 2003 – con la demonizzazione di Saddam Hussein e delle sue inesistenti armi di distruzione di massa sia stata dimenticata.

Solo per riportare qualche significativo esempio, l’Osservatorio siriano per i diritti umani,  è finanziato da un fondo di Dubai con finanziamenti promulgati dai paesi del Golfo – solo l’Arabia Saudita, secondo Elliot Abrams, ha destinato 130 miliardi di dollari al fine di  piegare ai propri fini le masse della primavera araba. Il suddetto Osservatorio è stato centrale nel riportare la narrazione circa l’uccisione di massa di migliaia di dimostranti pacifici usando figure gonfiate, presentati come “fatti”, e spesso esagerate notizie di “massacri”, fino al più recente uso di “genocidio”. Pur sostenendo di lavorare dalla casa del suo direttore, l’Osservatorio è stato descritto come parte di una propaganda stampa messa in piedi dagli oppositori siriani e da chi li finanzia.

Il ministro degli Esteri russo ha dichiarato:

“Il Syrian transitional council è costituito a Londra dal Syrian Observatory of Human Rights…

L’Osservatorio non è legalmente registrato come compagnia o come Ong in Uk, opera in modo informale; dice di ricevere le sue informazioni da una rete di “attivisti” dentro la Siria; il suo sito in inglese è di una pagina mentre alJazeera ha un blog minuto per minuto fin dall’inizio delle proteste.

La seconda fonte di “notizie” dalla Siria, gli Lcc (Local Coordinating Committees) fanno più apertamente parte dell’infrastruttura mediatica dell’opposizione, e le loro cifre e rapporti rispondono alla stessa narrazione; in un’analisi dei loro rapporti, non si trova un solo riferimento all’uccisione di un insorto armato; si parla sempre di “martiri”, “soldati disertori”, gente uccisa in “manifestazioni pacifiche” e simili.

La terza fonte è alJazeera, il cui modo del tutto parziale di raccontare le diverse insurrezioni arabe è ben documentato. Il “sofisticato megafono del Qatar e del suo ambizioso emiro”;

Un sondaggio YouGov commissionato dalla Qatar Foundation ha mostrato che il 55% dei siriani non vogliono che Assad si dimetta e che il 68% dei siriani disapprova le sanzioni imposte alla Siria dalla Lega araba. Il sostegno ad Assad sarebbe dunque aumentato: prima degli eventi, il 46% dei siriani riteneva che Assad fosse un “buon presidente”. Il sondaggio conclude tuttavia che “la maggioranza degli arabi ritiene che Assad debba dimettersi vista la brutale repressione dei manifestanti… l’81% degli arabi vuole che Assad se ne vada e ritiene che per la Siria occorrano elezioni sotto la supervisione di un governo di transizione”.

Ma a chi deve rendere conto il governo siriano? Al popolo siriano o all’opinione pubblica degli altri paesi arabi? È significativo che i principali gruppi di opposizione abbiano annunciato che pur essendo contro un intervento militare straniero, non ritengano “straniero” un intervento arabo.

Comunque nessun grande media ha riportato il sondaggio di YouGov; poiché esso non corrisponde ai loro scopi.

Per non parlare dell’attendibilità della narrazione portata avanti quotidianamente dai media, soprattutto quella che ha come fonte l’Osservatorio siriano sui diritti umani e gli Lcc. A dicembre, il gruppo Stratfor, per esempio, ha avvertito: “Molte delle denunce più gravi dell’opposizione siriana si sono rivelate esagerate o semplicemente non vere”. Anche nei mesi precedenti Stratfor metteva in guardia contro la guerra delle percezioni. “I rapporti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani e degli Lcc, dovrebbero essere visti con scetticismo; l’opposizione sa che ha bisogno di sostegno finanziario dall’estero e a questo fine presenta i fatti in modo tale da giustificare appunto un finanziamento dall’estero”.

Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha osservato: “E’ chiaro che l’obiettivo è provocare una catastrofe umanitaria, trovare il pretesto per chiedere un intervento estero nel conflitto”. Allo stesso modo, a metà dicembre, American Conservative riportava che: “Analisti della Cia sono scettici. Il rapporto dell’Onu spesso citato, secondo il quale sono stati uccisi oltre 3.500 civili dai soldati di Assad si basa in gran parte su fonti dei ribelli e non è verificato. L’Agenzia ha rifiutato di confermare le denunce”. Ugualmente, le notizie circa defezioni di massa dall’esercito siriano e di battaglie fra disertori e lealisti sembrano essere montate; poche le conferme indipendenti di defezioni.

Gli aspetti chiave per istigare una rivolta popolare e la costruzione di una “vera e propria insurrezione” sono evidenti proprio a partire dal “finanziamento e dagli aiuti per organizzare le rivalità interne al paese” tra cui l’uso “infelice” di gruppi etnici; “costruire una competenza per una ‘opposizione efficace’ con cui lavorare” e “creare una leadership alternativa per prendere il potere”; fornire attrezzature e sostegno segreto ai gruppi, comprese le armi dirette o indirette come “fax , accesso a Internet, soldi anche tramite i canali delle Ong;  “la pressione economica degli Stati Uniti (e forse la pressione militare) possono screditare il regime, sobillando la popolazione a pretendere una leadership contrapposta.”

Gli Stati Uniti ed i suoi alleati, in particolare la Gran Bretagna e la Francia, hanno finanziato e aiutato qualche “forma” di opposizione fin dall’inizio – i primi tentativi sono iniziati con gli Stati Uniti nel 2006 quando sostennero un fronte unitario contro il governo di Assad, e quando percepirono il “successo” del modello libico del Consiglio Nazionale di Transizione.

Mezzi spregevoli per uno scopo malvagio.

 

Con il pretesto di colpire anche in Siria l’orrore che si autodefinisce Stato islamico e che si è ritagliata con il coltello una grande area fra Siria e Iraq chiamandola “Califfato”, Usa & C. cercheranno di realizzare un regime change. Così facendo giocheranno di fatto il ruolo di forza aerea di alQaeda, come fu in Libia. Perché fra i ribelli ”moderati” appoggiati dall’Occidente e i terroristi

sedicenti islamici le porte sono girevoli, e lo affermano gli stessi protagonisti.

La stessa vicenda delle due “volontarie” rapite conferma ciò:

IlFattoQuotidiano.it / Cronaca

Greta e Vanessa libere, “In Siria anche per

aiutare i ribelli anti-Assad”

di Angela Camuso | 17 gennaio 2015

<<Secondo quanto si legge nelle informative riservate dei Ros, le due cooperanti sarebbero state tradite dagli stessi rivoluzionari che volevano sostenere. Spuntano intercettazioni con siriani, residenti nel bolognese, considerati vicini a gruppi jihadisti Greta Ramelli e Vanessa Marzullo erano partite per la Siria non solo allo scopo di aiutare i civili vittime della guerra, ma anche con l’intenzione di distribuire “kit” di salvataggio destinati ai combattenti islamisti antiAssad.>>

L’avanzata delle milizie dello Stato Islamico in Iraq e Siria, rappresenta la migliore conferma della finta guerra che arabi e occidentali stanno conducendo contro il Califfato. A dispetto dell’annunciato grave ferimento di Abu Bakr alBaghdadi e dell’uccisione del numero due alAfri e del “ministro del petrolio” Abu Sayyaf i soldati del Califfo hanno strappato alle truppe irachene il controllo di Ramadi a poche decine di chilometri da Baghdad costringendo a ripiegare in fretta e furia anche i consiglieri militari americani che affiancavano i soldati di Baghdad.

In Siria solo la determinazione delle truppe di Bashar Assad ha consentito fino a ieri di

respingere i miliziani jihadisti dall’oasi di Palmira che ospita suggestive rovine romane nel deserto e un sito archeologico tra i più importanti del Medio Oriente (i cui scavi erano condotti tra l’altro dall’Università degli Studi di Milano).

Le demolizioni delle antichità da parte degli jihadisti dello Stato Islamico sono una tragedia immane ma ciò nonostante nessuno aiuta le forze regolari siriane ad abbattere un nemico spietato che decapita i nemici come le statue romane nella furia di abbattere ciò che non risponde all’ortodossia islamica sunnita. Anzi. Mentre si inorridisce per le stragi di cristiani, curdi e yazidi non si muove un dito per difendere Damasco il cui governo sarà

certo poco incline alla “democrazia occidentale da importazione” ma ha sempre rispettato e tutelato le minoranze.

Quegli stessi italiani ed europei, servitori degli americani, che fanno oggi parte di una Coalizione che dice di combattere il Califfato ma sostiene gli islamisti. Una Coalizione che

invece di difendere i cristiani, le altre minoranze e i siti archeologici continua ad aiutare, direttamente o indirettamente, i jihadisti sunniti.

Mentre dal sito archeologico, ha annunciato il direttore del Dipartimento delle antichità siriano, sono state rimosse centinaia di statue e di preziosi reperti: il timore ovviamente è che i jihadisti le riducano in polvere, come hanno fatto a Ninive, Hatra e Nimrud, … Tutti preoccupati in Occidente ma nessuno che intervenga anche solo per dire che le forze di

Damasco vanno aiutate perché sono l’unica alternativa alla furia islamica del Califfato.

Invece 350 consiglieri militari americani hanno iniziato da pochi giorni ad addestrare in

Turchia e Giordania 4 mila “ribelli” siriani accuratamente selezionati da turchi, sauditi e qatarini, cioè gli sponsor dello Stato Islamico oggi sostenitori della nuova alleanza islamista che a fine marzo prese il controllo di Idlib, nel nord della Siria. Si tratta dell’Esercito della Conquista (Jaish alFatah) composta da un ampio ventaglio di milizie islamiche: salafiti, Fratelli Musulmani e gli uomini di al Qaeda del Fronte alNusra.

Non c’è lo Stato Islamico ma solo per motivi di opportunità e del resto le milizie di alBaghdadi si limitano a combattere sul fronte occidentale senza interferire con gli altri gruppi ideologicamente simili.

La nascita dell’Esercito della Conquista sembra indicare che sauditi e Qatar abbiano trovato un’intesa nel nome dell’obiettivo comune di abbattere lo sciita laico Bashar Assad.

In questo contesto il ruolo apparentemente pacifico e “solidale” da parte di alcune associazioni e organizzazioni non governative (anche italiane) è quello di contribuire, in nome di solidarietà, aiuti umanitari alle popolazioni, a realizzare quel progetto mistificatorio e malvagio per l’asservimento alle politiche espansionistiche USA.

pob 22-05-2015

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AMSC: rien ne va plus – i giochi son fatti… ma l’opposizione… n’dov’è?

Resoconto del Consiglio comunale del 30 marzo 2015

amsc cancellato

E così siamo arrivati al dunque: all’odg c’è il Piano operativo di razionalizzazione delle società e delle partecipazioni societarie. Entro il 31 i sindaci devono relazionare alla Corte dei conti regionale.

Dice Lovazzano: “ Da qui l’urgenza del documento, per la stesura del quale abbiamo applicato il principio di necessità, ovvero ci siamo dovuto chiedere se la società sia proprio necessaria. Comunque dal 2011 sono state  eliminate 9 società e Gallarate non ne ha sofferto”.

Tutti i nodi finora messi in luce vengono puntualmente al pettine: il documento illustrato da Lovazzano scandisce un processo articolato in tante fasi, quanti sono i servizi su cui intervenire.

Gas.

Dopo la vendita di Commerciale gas è stato deciso di vendere anche la rete gas a Prealpi Gas, un’operazione   tecnicamente complessa e non ancora ultimata che dovrebbe fruttare 17 milioni di euro.

Acqua

L’ATO è ancora in uno stato di stallo. Deve essere rifatto il piano economico industriale, sulla cui base i Comuni che hanno aderito all’ATO dovranno rideliberare la scelta della società di gestione. Solo allora (non prima di giugno comunque secondo Lovazzano) l’Alfa potrà decollare e il suo primo compito sarà di rimodellare le tariffe.

Igiene ambientale

Per la raccolta e lo spazzamento dei rifiuti Gallarate si aggregherà all’Ala di Legnano e Magenta. Poi il bacino dovrebbe allargarsi con l’adesione di Busto.

In quanto all’Accam, sotto il profilo economica la situazione era diventata insostenibile per una perdita di gestione annua di circa un milione di euro.

Il 2 marzo scorso l’assemblea dei 27 comuni  proprietari hanno votato a maggioranza la chiusura dell’inceneritore di Borsano, scegliendo di andare nella direzione del trattamento dell’umido e della realizzazione di una fabbrica dei materiali per il riciclo e il riuso.

Farmacie

Quadro attuale: 4 farmacie su 13 (15 se si considerano 2 in fase di apertura) sono pubbliche, ben al di sopra degli standard regionali. Per altro sono superati i requisiti di indispensabilità ( servire i quartieri scoperti), per cui la prospettiva ottimale per Lovazzano è la privatizzazione, ma nell’immediato il ramo d’azienda farmacie (con il relativo personale)  passerà alla 3SG. E’ una questione di mesi.

Trasporti

Il nostro servizio è troppo piccolo, lo stesso percorso comunale è diminuito del 20% ed è disomogeneo a seconda delle fasce orarie. Si è creato così il fenomeno contraddittorio della contemporaneità della presenza di esuberi e della carenza di personale.

E’ pertanto necessario inserire la nostra realtà locale in un’ottica più ampia: la legge regionale del 2012 istituisce cinque bacini d’utenza a livello lombardo con altrettante agenzie pubbliche sovra comunali che avranno il compito di riorganizzare il servizio. L’unica strada considerata percorribile è l’aggregazione a queste nuove realtà più grandi.

Piscine

La perdita di gestione si è stabilizzata in circa 600.000 euro all’anno.

Falliti i contatti con la Federazione italiana nuoto, è ancora in campo un’ipotesi di project financing che potrebbe prevedere una gara con diritto di prelazione da parte del privato proponente.

Il mondo delle piscine si sta comunque orientando sul privato, anche per Gallarate la strada è quella, ma non nell’immediato presente, perché come esigenza prioritaria si pone la necessità di un intervento di ammodernamento della struttura.

Parcheggi

Il problema più grosso è il  Seprio Park, i cui ricavi sono del tutto insufficienti per coprire il pesante mutuo di 950.000 euro annui che grava sulle casse comunali).

Così il servizio parcheggi passerà in gestione comunale

Distributore del metano

E’ in fase di  vendita

Patrimonio immobiliare

E’ destinato a diventare la ragion d’essere dell’AMSC, che resterà una piccola immobiliare deputata a gestire la palazzina di Via Aleardi, di due appartamenti di proprietà e di alcuni terreni.

Gli interventi

 

Per il Sindaco va tutto bene. Il piano si basa su due capisaldi: l’azzeramento dell’indebitamento finanziario e la garanzia assoluta dei posti di lavoro

Terreni: è una strada che sostiene da anni, le partecipate aumentano il clientelismo. Il binario su cui l’Amsc è stato incanalato è in linea con le direttive nazionali che prevedono la razionalizzazione, l’efficientamento e la semplificazione delle società municipalizzate.

Del resto questo è il giro di vite voluto dal governo Renzi per le cosiddette epartecipate colabrodo, la migliore delle scelte possibili secondo la maggioranza di Gallarate, nessuno escluso. Può essere una decisione dolorosa, ma è l’unica possibile. Del resto bisogna uscire dai debiti accumulati dall’AMSC, dimezzati ma non risanati, nonostante i 13 milioni 200 mila euro della vendita di Commerciale gas.

Mazza parla del fatalismo della politica: la strada è già stata segnata, dice, però è sereno perché il tema del lavoro compare più volte nel documento d’indirizzo.

Le posizioni dell’opposizioni sono scontate: FI difende il passato, la Lega inciampa sulla lettura dell’intervento.

Considerazioni a caldo

 

Ma allora, stando così le cose, se tutto è stato deciso dal governo, che senso ha fare politica a livello locale? Che senso ha parlare ancora di autonomia politica locale?

E’ stata una serata con all’odg decisioni storiche senza pubblico e con una “misera presenza” della stessa opposizione, come l’ha definita un quotidiano locale.

Si coglieva la totale separatezza tra l’istituzione (il consiglio comunale autorefenziale che fa le cose quasi di  nascosto) e la cittadinanza (che o se ne frega ma paga poi le conseguenze sulla sua pelle o non è stata minimamente informata). Ma se è così, perché non si pubblicizzato l’evento e che senso ha parlare di partecipazione democratica?

C’è stata una sparuta partecipazione di dipendenti Amsc in allarme per il  loro futuro occupazionale con uno striscione di due sindacalisti cobas: “No allo smembramento di Amsc, no alla privatizzazione dei servizi”. Un allarme del tutto condivisibile a fronte del quale le scelte dell’Amministrazione comunale appaiono del tutto inadeguate.

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AMSC 2015 Dossier

 amsc SPEZZETTATA

Partiamo da un anno fa, o più precisamente dall’aprile del 2014, dai nostri comunicati (quando eravamo ancora FdS) sulla girandola di dimissioni nei consigli di amministrazione dell’AMSC, sulla vendita di Commerciale gas, sulle problematiche prospettive sul futuro dell’azienda.

  1. La Gestione. La primavera del 2014 era stata un periodo di fuoco per il Consiglio di amministrazione dell’Amsc, con cambiamenti, dimissioni, sostituzioni affrettate, nuove dimissioni e infine un nuovo assetto dirigenziale verticistico e opaco.

Cerchiamo di ricordare: le dimissioni di Aspesi, nominato presidente e da subito risultato incompatibile perché portatore di conflitti d’interessi; quelle di Gilardi,  per un po’ di tempo braccio destro di Praderio, poi dirottato alla 3SG; poi di Canziani, dimessosi dopo appena due mesi da amministratore delegato destinato alla presidenza; quindi di  Praderio, da presidente, appena nove giorni dopo Canziani a e a soli due mesi dalla scadenza del mandato; e infine di   Musitelli, nominato in fretta e furia presidente in qualità di traghettatore  verso l’approvazione del bilancio 2013.

Ci chiedemmo allora le ragioni di questi giri di dimissioni-avvicendamenti, alcuni dei quali poco comprensibili, e maturammo la supposizione  che fossero dovute alla indisponibilità a svolgere il compito di accompagnare l’azienda verso la liquidazione.

Allora era una supposizione, oggi purtroppo è un’amara certezza.

Esprimemmo anche una valutazione politica molto negativa sull’operato del sindaco, perché è il sindaco che nomina i Presidenti e i Consiglieri delle Aziende partecipate e si assume così la responsabilità della qualità delle scelte fatte. Ebbene, era  purtroppo incontestabile che nella partita delle nomine il Sindaco aveva proprio sbagliato tutto, non solo all’AMSC, ma anche nelle altre Aziende partecipate, al Camelot come al Maga.

Più in generale mettemmo anche in rilievo che questi fallimenti politici del sindaco lasciavano irrisolta una serie di nodi da sciogliere: innanzi tutto il dubbio sull’efficacia, al di là della giustezza, del sistema dello spoil sistem ( chi vince prende tutto, molto spesso a prescindere dalle competenze); poi il conseguente e corollario problema dell’appropriazione da parte dei partiti delle funzioni istituzionali e amministrative, con le Aziende partecipate che non possono più essere ricettacolo  di figure politicamente finite; infine, ma non ultimo,  il problema della dubbia migliore efficacia delle gestioni private rispetto a quelle pubbliche.

Da allora ad oggi le cose non sono cambiate di molto. Anche Musitelli è durato poco: alla fine del giugno 2014 l’assemblea dei soci ha cambiato lo stesso assetto amministrativo dell’azienda. E’ stato ancora Guenzani a decidere: invece di un CdA composto da due membri di nomina politica e da tre tecnici comunali, ha optata  per una gestione affidata a un amministratore unico, Luciano Spairani, ingegnere in pensione con esperienze maturate in diverse società del settore privato.

AMSC

  1. La vendita della Commerciale Gas. Motivata da necessità di ordine economico, la vendita avrebbe dovuto garantire risorse preziose che avrebbero consentito la riduzione dello sciagurato deficit accumulato dall’AMSC con la gestione Caianiello e di fare finalmente investimenti, altrimenti impossibili per i vincoli di bilancio e di patto di stabilità cui era sottoposto il Comune.

Argomentammo  il nostro no alla vendita di Commerciale Gas, perché, se era vero che la vendita fruttava un’entrata di circa 13 milioni euro, era altrettanto vero che così l’AMSC, e per AMSC intendiamo il Comune di Gallarate che di AMSC è proprietario al 99%, rinunciava alla sua principale fonte di utile, un milione e 800 mila euro all’anno, mentre gli altri rami dell’AMSC o erano in passivo, come i trasporti  e i servizi sportivi, o risultavano in sostanziale pareggio.

Quindi, stando così le cose e limitandoci al piano della pura e semplice convenienza economica, ci chiedevamo come avrebbe fatto l’AMSC ad andare avanti. Quali servizi avrebbe dovuto tagliare, quali ritocchi tariffari applicare, quali nuove imposte avrebbe dovuto imporre il Comune, quale sarebbe stata la prossima vendita. O se, addirittura, pezzo dopo pezzo, non si sarebbe venduto tutto per fare cassa, chiudendo in poco tempo l’intera esperienza AMSC.

  1. Il futuro dell’AMSC. Passammo poi in rassegna altri errori e altre carenze, evidentemente endemiche, come la facilità con cui si poteva (e si può) rubare in Azienda, il ricorso sempre esagerato alle consulenze esterne, la superficialità nella gestione del personale (tradottasi nella perdita di due cause legali).

Ma ci chiedemmo soprattutto quale sarebbe stato il futuro dell’Azienda, non dimenticando che erano in arrivo nuove regole (la spending review) che stavano tracciando uno scenario di  ridimensionamento delle società partecipate. E non dimenticando ancora che in simili operazioni si concentrano appetiti e interessi di ogni genere.

Insomma, forte era la premonizione che, stando così le cose, senza gli utili dell’unico ramo che li produceva,  l’AMSC fosse avviata alla liquidazione.

Adesso ragioniamo al presente, per dire che purtroppo avevamo visto giusto: la brusca accelerazione dell’ultimo mese ne è l’inquietante conferma. Vediamola in breve sequenza.

 

Il 7 febbraio l’assessore al bilancio Alberto Lovazzano, con grande sincerità, rende pubblica la situazione dell’AMSC:  nonostante le vendita di Commerciale Gas la gestione dell’azienda continua a produrre debiti, per cui, dato che [anche] “gli indirizzi governativi ritengono le partecipate un colabrodo, io, facendo salva la tutela dei lavoratori, sto lavorando alla progressiva chiusura di AMSC. La fase è avanzata perché il piano sul futuro della multi servizi deve essere obbligatoriamente portato in consiglio comunale per l’approvazione entro il 31 marzo”.

E’una bomba, che rende esplicito un non detto che per troppo tempo è stato celato.

L’uscita allo scoperto di Lovazzano impone al sindaco e alla maggioranza di correre ai ripari. Per ben due volte scende in campo il PD correggendo (o contraddicendo) il proprio assessore al bilancio.

Per il capogruppo Ventimiglia “il termine chiusura suona in modo allarmante. La strada è un’altra rispetto alla chiusura, la riorganizzazione e non la rottamazione dell’azienda”.  Per altro “sono le indicazioni governative, il giro di vita richiesto dal governo Renzi, che giustamente spingono a lavorare nell’ottica di aggregazioni sovra comunali. Il lavoro in corso nel partito e nella maggioranza è quello di cercare di garantire gli stessi servizi con alti livelli qualitativi e riduzione delle tariffe”.

Senaldi, da parlamentare che conosce le cose, richiama l’art.43 della recente legge di stabilità. “La prospettiva a livello nazionale è di ridurre le partecipate: Renzi e Cottarelli hanno detto che si deve passare dalle attuali 8 mila a mille, 2800 all’anno per tre anni, il che significa che la politica da seguire è quella delle aggregazioni. Significa ottimizzare facendo alleanze servizio per servizio, ed economie di scala che dovrebbero ricadere in modo positivo sulle bollette, anche perché non è vero che AMSC abbia i prezzi migliori di tutti. Insomma ci sarà il passaggio a una logica di mercato nel quale c’è concorrenza”.

Constata tuttavia che “l’art.43 non pone vincoli coercitivi, non prevede pene o sanzioni: probabilmente usciranno provvedimenti governativi finalizzati a definire le modalità delle aggregazioni e delle fusioni di società. Saranno decreti, se non addirittura atti legislativi”.

Non ci sembra il massimo né della chiarezza né della concretezza. Ma cosa dice questo art.43 che sembra essere diventato l’alibi dietro cui nascondersi?

 

Art.43 della Legge di stabilità per l’anno 2015.

Rrubricata come legge di “razionalizzazione delle società partecipate locali”, ha l’obiettivo di smantellare il “rovinoso sistema clientelare messo in piedi negli anni dagli Enti locali” attraverso risparmi previsti di € 500 milioni di euro nel 2015 e € 2 milioni nel triennio 2015-17.

Gli strumenti previsti  per la riduzione delle società partecipate sono quattro:

1.La cancellazione delle società o partecipazioni societarie non indispensabili mediante la loro messa in liquidazione o   cessione.

2.L’eliminazione delle partecipazioni societarie mediante operazioni di fusione o di internazionalizzazione.

3.L’aggregazione di società di servizi pubblici locali di rilevanza economica.

4.Il contenimento dei costi di funzionamento, anche tramite la riorganizzazione degli organi amministrativi e di    controllo e delle strutture aziendali, nonché attraverso la riduzione delle relative remunerazioni.

Tempistica: il termine ultimo entro cui razionalizzare è il 31/12/2015.

Il percorso da seguire prevede la predisposizione di un “piano operativo di razionalizzazione” che deve contenere le modalità e i tempi di attuazione, nonché il dettaglio dei risparmi da conseguire.

Cronoprogramma: entro il 31/03/2015 l’ente locale deve predisporre il piano operativo di razionalizzazione; entro il 31/12/2015 deve ultimare il processo di razionalizzazione; entro il 15/03/2016 deve predisporre una relazione sull’attuazione. I tre documenti devono essere pubblicati sul sito internet istituzionale dell’ente nella sezione trasparenza. Il controllo sull’attuazione del piano operativo è demandato alla Corte dei conti.

Nell’arco della maggioranza in pochi giorni partono i distinguo.

Lamberti (gruppo misto) si differenzia dal PD: “ Non sono per smantellare l’intero asset di AMSC, io terrei farmacie e piscine e sulla nettezza urbana bisogna ragionare”.

L’IdV (Antonino Sorbara) dichiara: “sono contrario alle privatizzazioni e nello specifico allo smantellamento di AMSC, che invece dovrebbe essere gestita meglio”

SEL: “La situazione è complessa perché sono aperte le partite rifiuti, trasporto pubblico e acqua. Restano la farmacie e la piscina le cui proprietà dovrebbero rimanere pubbliche, anche se per la piscina, che richiede interventi   strutturali che

né AMSC né Comune allo stato attuale possono permettersi, potrebbe rivelarsi più utile pensare a una gestione esterna capace di fare gli investimenti necessari”.

Anche l’opposizione ovviamente si fa sentire.

FI prima fa una scontata difesa d’ufficio della gestione Caianiello: con noi “AMSC era un’azienda sana, la cui esposizione finanziaria derivava dagli investimenti fatti e dalla scelta di fornire servizi a prezzi calmierati”. Poi nel merito scrive: “Il sindaco Guenzani è stato costretto ad ammettere che sul futuro di AMSC la maggioranza non ha preso ancora alcuna decisione e le dichiarazioni di SEL, IdV e del gruppo misto mettono in evidenza la totale spaccatura di una maggioranza che sta implodendo”.

“Nel frattempo i conti li stanno sistemando vendendo la bigiotteria, una bigiotteria che in parte ha già fruttato 12 milioni di euro e sulla quale qualcuno ancora conta. La miopia amministrativa, figlia dell’odio elettorale, non li ha portati a considerare che proprio la bigiotteria avrebbe potuto essere la carta vincente di un progetto di aggregazione che darebbe potuto partire proprio da Commerciale gas, la prima vera fonte redditizia da utilizzare come quota all’interno di una nuova costituzione societaria sovra comunale di cui Gallarate avrebbe potuto essere parte attiva. Allora si sarebbe potuto parlare di aggregazione e non di dismissione”.

Anche il movimento 5Stelle fa sentire la sua voce, per affermare in sostanza  che l’AMSC dovrebbe rimanere pubblica.

I rilievi mossi al sindaco non sono immotivati. In effetti Guenzani si muove solo quando oramai è  incalzato dal rischio di venire pubblicamente contestato dai lavoratori AMSC. Le voci infatti corrono, la situazione è confusa e preoccupante, si parla di aggregazioni,  trasferimenti di servizi, esternalizzazioni. In altri termini, si fa fatica a vedere un orizzonte certo.

E’ stato a questo punto che i lavoratori dell’AMSC, incerti del loro futuro, minacciano una marcia di protesta dalla sede di via Aleardi al municipio.

E’ così il sindaco Guenzani deve intervenire per tamponare il rischio e si rende disponibile a incontrare la Rsu di AMSC insieme all’amministratore unico dell’Azienda. La sua posizione, dice, si basa su due obiettivi: garantire e migliorare i servizi ai cittadini e assicurare i livelli occupazionali e retributivi dei dipendenti.

In realtà il tema della tutela dei lavoratori si pone in termini differenziati: in caso di trasferimento di servizi (come per l’acqua) scatta la clausola sociale di tutela dei dipendenti, mentre nel caso di cessioni o aggregazioni le condizioni dei lavoratori devono essere contrattate con margini di manovra spesso limitati (come per la Commerciale Gas)

Nell’incontro Guenzani sostiene la tesi che l’intervento di Lovazzano è stato strumentalizzato dalla stampa, ma nell’illustrare le prospettive dell’Azienda in realtà lo conferma: “alcuni servizi passeranno ad altre società per legge ( il settore acqua all’ATO, la rete gas a Prealpi, sui rifiuti pesa l’incognita Accam (Gallarate è contro il revamping e spinge per la fabbrica dei materiali), per i trasporti il futuro passa al Tpl, a livello ragionale o di bacino, che dovrebbe comportare l’estensione delle linee ai comuni di Cassano e Cardano”. Per le farmacie si starebbe lavorando su una soluzione che coinvolga il personale; per la piscina si starebbero valutando alcune possibili esternalizzazioni.

Dopo l’incontro in municipio con il sindaco, i sindacati confederali assumono una posizione dialogante. Antonio Ferrari dei Cobas sostiene che il sindaco non ha fatto altro che confermare la linea dell’assessore: dal suo punto di vista AMSC dovrebbe invece rimanere una municipalizzata pubblica senza privatizzazioni e senza spezzatino.

La marcia del personale sul municipio viene comunque annullata.

Entriamo ora nel merito dei problemi sul tappeto, settore per settore:  sono tanti, alcuni cronici, altri appena aperti, altri ancora di prospettiva.

Il problema bilancio.

L’assemblea dei soci del 26/06/2014, contestualmente alla nomina di Spairani alla guida dell’Amsc in qualità di amministratore unico, ha approvato il bilancio 2013 che si è chiuso con un utile consistente per la vendita di Commerciale Gas, ma, per quanto riguarda l’attività ordinaria ha registrato ancora perdite significative nonostante un miglioramento di circa 900.000 euro.

Facendo confronti, nel 2011  le voci in debito erano tre: Amsc spa con 6.619.000 euro, Impianti e Servizi con 9.724.000 euro, Seprio Real Estate con 10.560.000.

Nel 2014 le voci sono rimaste due per l’annessione della I&S nella Amsc spa: Amsc spa con 5.300.000 euro, Seprio con 7.530.000 euro.  Nel conto va considerata però la vendita di Commerciale Gas.

Il problema rete gas

Dopo la vendita di Commerciale Gas è maturata  progressivamente la decisione di vendere anche la rete gas, le decine e decine  di km di tubi che portano gas ai cittadini e alle società gallaratesi (anch’esse un patrimonio pubblico).

L’operazione tecnicamente è complessa e lunga: consiste nel passaggio, o meglio nella vendita,  delle reti di AMSC (Gallarate) e Agesp (Busto) a Prealpi Gas, di cui è presidente Paolo Montani. I comuni di Busto a Gallarate hanno già dato l’ok, ma la società sta trattando con alcune banche il finanziamento dell’operazione.

Montani dice: ”Bisognerà attendere alcuni mesi per dare respiro finanziario alla società, visto che parliamo di un’operazione di 40 milioni di euro (stime di 23 per Busto e 17 per Gallarate)”.

La vendita prevederebbe una prima tranche di 6 milioni e 200.000 euro, su cui però FI mette le mani avanti con un appello alla Corte dei conti che chiede che il denaro ricavato dalla vendita delle reti venga mantenuto in azienda e non finisca nel calderone delle casse comunali per finanziare opere di stampo elettoralistico (fra un anno si vota).

Dopo l’acquisizione delle reti di Gallarate e Busto, Prealpi Gas sarebbe orientata ad allargarsi ulteriormente e partecipare al bando che sta per emettere il Governo per la distribuzione del gas nell’Atem3, un bacino di oltre 223.000 utenze.

Il problema igiene ambientale

Mentre le reti gas sono in fase di vendita, si dice a  primavera, il servizio igiene ambientale dovrebbe essere convogliato in un’aggregazione con Legnano e Busto Arsizio.

Ma il presidente della Amga di Legnano (Nicola Giuliano) afferma che Gallarate e Busto avrebbero i requisiti necessari per entrare nella Ala (Aemme linea ambiente) costituita nel 2010 dalle partecipate di Legnano e Magenta coinvolgendo i comuni del castanese. Si potrebbe costituire così una nuova entità sovra comunale per la nettezza urbana che interesserebbe un bacino demografico di 3-400 mila abitanti, un’operazione che a tutti gli effetti per Gallarate sembra avere più i caratteri  di un assorbimento che di un’aggregazione.

Per quanto riguarda l’aspetto dello smaltimento, e quindi dell’Accam, dopo rinvii e incertezze il 2 marzo l’assemblea dei 27 comuni  proprietari votano a maggioranza la chiusura dell’inceneritore di Borsano (il 52%, tra cui Gallarate, vota per la dismissione, il 15% per il revamping, il 33% si astiene, 2 comuni sono assenti al voto).

La decisione prevede di andare nella direzione del trattamento dell’umido e della realizzazione di una fabbrica dei materiali per il riciclo e il riuso, per le quali mancano indicazioni sui siti che li accoglieranno (Guenzani manifesta subito la disponibilità di Gallarate).

I tempi della chiusura sono lontani (2021-2023), legati agli impegni contrattuali con la società di gestione di Accam (Europower), ai tempi della bonifica ambientale e soprattutto al reperimento dei fondi necessari (a parziale carico della Provincia e soprattutto della  Regione).  Non ultimo il futuro occupazionale di 90 dipendenti.

Il problema  parcheggio Seprio Park

Nonostante il 25% di incremento degli ingressi nel periodo natalizio (la prima ora gratuita ha fatto da traino all’utilizzo del parcheggio), resta il problema dei ricavi, ancora largamente insufficienti a coprire il pesante mutuo di 950.000 euro annui che grava sulle casse comunali).

Il problema consulenze esterne

Nel 2014 l’AMSC ha assegnato consulenze per un valore complessivo 412.344 euro.

Ricordando che l’Azienda è a controllo pubblico con il Comune di Gallarate è socio al 99,88%, la cifra appare elevata, soprattutto se si pensa che il Centro Sinistra ha costruito la propria campagna elettorale proprio contro le spese sostenute negli anni della gestione Mucci-Caianiello, e che la struttura pare disponga di competenze professionali interne assolutamente elevate (nonostante i furti e gli ammanchi riconducibili ad evidenti carenze di controlli).

Il problema piscine

Il 16 febbraio il Nuoto Club Gallarate, dopo 39 anni di attività natatoria, cioè dal 1975, data di inaugurazione della piscina di Moriggia, trasferisce a Somma la sua attività agonistica, lasciando aperto il problema di 145 mila euro di debiti accumulati con l’AMSC.

Il Comune certa nuove soluzioni. Fallito il tentativo di cessione della piscina alla Federazione Italiana Nuoto per la realizzazione a Moriggia del centro di specializzazione dei tuffi, sembrano essere in corso trattative con nuovi possibili partner. Ma tutti gli impianti sono obsoleti e richiederebbero consistenti investimenti di qualificazione.

 ACQUA

Il problema ATO

L’ATO è in uno stato di stallo. I livelli sono due: uno politico, l’altro tecnico-gestionale

Livello politico: dicembre 2014, scoppia il caso Mucci, designato dalle segreterie politiche provinciali alla presidenza dell’ATO, con la funzione di sovrintendere politicamente sull’operato della società deputata a gestire tecnicamente la rete idrica (l’Alfa srl.). L’imbarazzo è forte: per Sel, che ha mal digerito l’accordo provinciale per l’elezione di Gunnar Vincenzi, i nodi vengono al pettine: “Ecco i risultati delle piccole larghe intese, un accordicchio in politichese che, alla vecchia maniera, trova un posto a chi ha un curriculum non proprio edificante e nessuna esperienza specifica nel campo”

Il PD di Gallarate, spiazzato e all’oscuro di tutto, sconfessa Astuti: “Gallarate non è stato coinvolta nella scelta, il PD cittadino non è stato consultato dal PD provinciale al momento di accettare dall’NCD il nome dell’ex sindaco gallaratese”, “Sono evidenti un fraintendimento e una sottovalutazione della situazione gallaratese da parte di chi ha fatto le trattative per l’ATO. C’è stato un difetto di comunicazione tra il nostro livello e quello provinciale”

Nicola Mucci fa un passo indietro e così alla presidenza dell’ATO  è nominato Pietro Zappamiglio, assessore ai lavori pubblici di Gorla Maggiore, anch’egli alfaniano ma di marca ciellina

Livello tecnico: diversi mesi fa il  consiglio comunale di Gallarate ha votato l’affidamento della gestione del servizio idrico all’Alfa ( si sono pronunciati a favore PD e Lega, si sono astenuti FI e IdV.

Nella maggioranza Sel ha votato contro, non convinta della modalità di gestione proposta dalla Provincia di Varese: una società di natura privatistica; come forma giuridica avrebbe preferito un’Azienda Speciale, controllata dai 141 comuni della provincia. Anche il Movimento 5Stelle di Gallarate ha preso posizione contro l’Alfa, sostanzialmente con gli stessi argomenti.

Le segreterie provinciali hanno poi designato i 5 manager per la gestione dell’Alfa, sulla base di “criteri di professionalità”, con relativo amministratore delegato (Giovanni Mancini, dirigente di aziende idriche, collaboratore della Regione Lombardia per il settore). Guenzani è contento: “Miracolo sull’acqua, fuori la politica e dentro solo i tecnici”,

Ma Alfa non può ancora essere costituita a causa del ricorso al Tar vinto da A2A, multinazionale bresciana a cui  Aspem ha conferito la rete idrica del comune di Varese.

Sul piano dell’operatività la materia è complessa: allo stato delle cose, dopo la sentenza del Tar l’Alfa non può partire, quanto meno non prima di nuove delibere consiliari dei comuni che hanno aderito all’ATO.

Le nostre posizioni di sempre, sono 1. di ordine storico-culturale, 2. di ordine politico, 3. di ordine economico.

Le abbiamo sostenute più volte, le riteniamo ancora valide.

  1. L’AMSC è un pezzo importante dell’identità gallaratese. Lo stesso statuto recita: “La missione dell’AMSC trae origine dalla sua storia più che centenaria e dal suo radicamento sul territorio”. Le origini dell’attuale AMSC risalgono infatti al 1907, anno in cui venne realizzata l’Officina del gas “per la gestione del servizio di erogazione gas nel comune di Gallarate”. Un pezzo di storia gallaratese e di patrimonio pubblico quindi, che con la sua vendita cambierebbe di natura e sparirebbe di fatto.
  2. L’AMSC è un patrimonio comune, di cui in piccola parte ogni cittadino è proprietario. E’ vero che per legge viene gestito da società per azioni, ma è altrettanto vero che oltre il 99% delle azioni è del Comune. Quindi ogni cittadino gallaratese ha giustamente il diritto di pretendere che vengano gestite nel migliore dei modi, con oculatezza e trasparenza.

Oggi più che mai  la politica economica della pubblica amministrazione deve tener conto di questo principio e considerare che il problema vero non è di vendere per far quadrare i conti o di seguire alla lettera facili soluzioni governative, ma di dare una prospettiva a una delle principali aziende di Gallarate, una prospettiva espansiva e imprenditoriale ( il tanto decantato piano industriale), per impedire che finisca nelle mani di speculatori e imprenditori ammanicati che dopo aver svuotato l’azienda ne decretino la sua liquidazione. Sarebbe una fine ingloriosa.

Dare una prospettiva all’Azienda quindi  e dare una prospettiva ai dipendenti, che, con la liquidazione dell’AMSC, sarebbero  destinati, almeno in parte, a perdere il posto.

  1. E’ ancora lo statuto a indicare le strada: “la funzione dell’AMSC“ è di garantire ai clienti del comune di Gallarate, nonché delle comunità contigue, l’erogazione dei servizi pubblici primari meglio di qualsiasi Ente esterno, sia in termini di qualità, di soddisfazione d’uso, sia in quelli economico gestionali”. E ancora di assicurare il mantenimento del controllo pubblico sul capitale, preservare la centralità della connotazione di erogatore di servizi rivolto al pubblico”.

Sono obiettivi sacrosanti, il cuore del problema in campo, che  le operazioni in corso purtroppo capovolgono ma che noi consideriamo l’imprescindibile base di partenza per affrontare ogni futura ipotesi.

(E.M.)

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